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La giostra social di Verhoeven che conferma la centralità dell'autore

Il regista olandese ha incontrato il pubblico del festival di Roma dopo la proiezione del medio metraggio "collettivo" Speekspel.

La giostra social di Verhoeven che conferma la centralità dell'autore

Lo hanno presentato come il regista europeo di maggior successo ad Hollywood dai tempi dei Lubitsch, dei Wilder, dei Lang. Ed è vero, ma Paul Verhoeven è anche molto di più.

Lontano dal cinema dal 2006, quando diresse Black Book, il regista olandese ha presentato al Festival di Roma Steekspel (La giostra), un mediometraggio “collettivo” caratterizzato da una forte impronta veroheveniana.
La storia di Steekspel è quella di un ricco architetto, infedele seriale, che nel giorno del suo cinquantesimo compleanno vede prendere il via una tragicomica giostra di eventi che ne metteranno a dura prova il carattere. Protagonisti con lui di questa giostra, appunto di eventi sono la moglie solo apparentemente remissiva, i figli ribelli, una ex amante che si ripresenta incinta, la migliore amica della figlia infatuata di lui, i soci in affari che hanno tramato alle sue spalle.

“È tutto cominciato con l’interesse del produttore che mi ha chiesto se volevo occuparmi di questo progetto, se volevo dirigere un film che sarebbe stato scritto dal pubblico,” ha raccontato Verhoeven, spiegando che lui e suoi co-sceneggiatori hanno scritto solo i primi 3 o 4 minuti dei 52 complessivi del film per poi invitare progressivamente il pubblico a scrivere gli atti successivi della storia.

Come è facile immaginare, quindi, quella di Speekspel è una storia che gioca costantemente al rialzo, con un succedersi continuo di colpi di scena più o meno prevedibili. A rendere tutto carico di sferzante ironia, e a donare la compattezza necessaria, la mano di un regista che, in qualche modo, pare negare la validità di operazioni social come questa e ribadire la centralità dell’autore.

“È stato davvero orribile dover visionare tutto quel materiale, leggere tutte quelle sceneggiature,” ha raccontato con l’abituale, spiazzante sincerità. “All’inizio pensavo che avrei trovato parti intere di copione utili per essere girate, che risaltassero tra le altre, ma non è stato così: solo dopo aver letto tutto il materiale riuscivo a selezionare da ogni proposta dei frammenti che potessero essere assemblati in maniera utile per il film.”
Le dichiarazioni di Verhoeven non nascono dalla presunzione, ma dalla consapevolezza che l’autore, anche nell’era di Internet e della costante interazione, ha un ruolo non sostituibile. “Non puoi insegnare al pubblico come scrivere, scrivere è una professione,” ha raccontato il regista, “gli strumenti drammaturgici non sono conosciuti e compresi dal pubblico. Ad esempio, chi scriveva non vedeva mai la fine di questo progetto, e così facendo avremmo potuto girare un film di 10 ore, mentre noi sapevamo che dovevamo chiudere una storia in 50 minuti. Più volte abbiamo invitato i partecipanti al progetto a pensare ad una a una struttura, all’idea di una fine, ma non ha funzionato lo stesso.
Così io e gli altri sceneggiatori abbiamo dovuto metterci una pezza. Ci deve esser sempre qualcuno che tenga tutti gli elementi assieme, tutti gli elementi che compongono la complessità di un film.”

Verhoeven, però, ha anche dichiarato che l’operazione di Speekspel l’ha fatto sentire ispirato e ringiovanito, “perché non avevo nulla da rischiare. È un nuovo modo per essere creativi. Il nostro era un salto nell’ignoto: io penso che è quando non hai certezza che diventi davvero creativo. Devi avere un po’ di paura delle cose, e se fai un film sapendo sempre cosa devi fare, secondo calcoli precisi, se giri un film di fantascienza fortemente pianificato, come Starship Trooper, ti limiti fortemente. In questo film abbiamo sempre girato con 2 camere, improvvisando, cercando di capire quello che funzionava sul momento, senza prepararci troppo. Io voglio tenere alta l’attenzione dello spettatore, quindi devo tenere alta la mia attenzione, devo osare, rompere le regole.”

Interrogato sul remake di Atto di forza da poco visto nelle sale, Verhoeven ha ammesso di aver visto il film: “Penso si prendesse molto sul serio, fin troppo. Comunque,” ha aggiunto sarcastico, “io e Arnold abbiamo avuto recensioni migliori dopo l’uscita di quel film di quanto non sia accaduto dopo l’uscita del nostro.”

La chiusura dell’incontro con Paul Verhoeven non poteva che riguardare i suoi progetti futuri, e soprattutto l’adattamento del libro su Gesù di Nazareth scritto dallo stesso regista.
“Ci stiamo ancora lavorando su,” ha detto l’olandese. “Con il primo sceneggiatore cui avevamo affidato l’adattamento non ha funzionato, perché lui si stava attenendo troppo fedelmente al mio libro, invece di considerarlo come delle fondamenta sulle quali costruire qualcosa di diverso. Quindi abbiamo dovuto fermarci e trovare un nuovo sceneggiatore. È comunque un progetto rischioso, parliamo di Gesù come possibile figlio di uno stupro, e negli Stati Uniti questo è un tema pericoloso. Lì hanno un sacco di armi, e a volte ho un po’ di paura.”



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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