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La Fille au bracelet: recensione del thriller processuale di Stéphane Demoustier presentato a Locarno 2019

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La storia di una famiglia che reagisce al processo della figlia accusata di aver ucciso la migliore amica.

La Fille au bracelet: recensione del thriller processuale di Stéphane Demoustier presentato a Locarno 2019

Non ci voleva l’ennesima conferma, ma la stessa storia può essere raccontata in maniere così diverse da renderla difficilmente riconoscibile. Prendendo spunto dall’argentino Acusada, lo scorso anno in concorso a Venezia, Stéphane Demoustier mette in scena la stessa vicenda compiendo delle scelte totalmente diverse. Nessun interesse per l’impatto mediatico del caso, per eventuali reazioni dell’opinione pubblica e tantomeno per lo spettacolo della colpevolezza o innocenza in diretta televisiva prima che processuale. La Fille au bracelet è la storia di una ragazza diventata quasi muta, catatonica, in seguito all’accusa di aver ucciso a 16 anni la sua migliore amica. Due anni dopo la vediamo indossare il braccialetto a cui si riferisce il titolo, che non si riferisce però a un vezzo femminile, ma allo strumento messo dalla polizia alla caviglia per evitare che Lise si allenta dagli arresti domiciliari nella casa che condivide col fratellino piccolo e i genitori. Ha già passato molti mesi in carcere, e si sta preparando alla corte d’assise per sapere cosa le riserverà il futuro. 

La prima sequenza ci fa capire già quale sia il rigore del regista e la distanza da ogni presa di posizione - del tipo è stata lei sì o no - o giudizio morale. La famiglia si trova in spiaggia, viene ripresa da dietro, a una certa distanza. Non arriva alcun dialogo, ogni suono è lontano, anche quando arrivano dei poliziotti che si dirigono verso Lise, sembrano discutere con i genitori che palesemente sono smarriti più ancora che irritati. Lei sembra accettare di rivestirsi e andare via con loro senza troppe scenate. Ellissi. Due anni dopo ritroviamo Chiara Mastroianni e Roschdy Zem, madre e padre, intenti a seguire le ultime fasi della preparazione della figlia per il processo. 

Ancora una volta, però, non è l’aspetto giudiziario a interessare Demoustier, neanche le ragioni o la storia di Lise, quanto il modo in cui chi sta intorno a lei reagisce a questi due anni di palese inferno e modifica il proprio spazio all’interno del nucleo familiare. Le reazioni sono le più varie: il padre mantiene una dura razionalità che fa capire come l’unico obiettivo sia la fine del processo, l’assoluzione e il ritorno a una vita precedente che non conosciamo; la madre sembra cerca spazi al di fuori della loro casa borghese, diventata prigione, decidendo di lasciar solo il marito a seguire le fasi del processo, giorno dopo giorno, “perché deve lavorare”. Probabilmente è quella che ha paura delle sue reazioni, rosa dai sensi di colpa per aver dubitato, magari solo per un attimo, della sincerità e innocenza della figlia.

Dopo un esordio, con Terre battue, alla Settimana della critica di Venezia, il quarantenne francese mette in scena le varie reazioni che possono seguire un forte trauma, concentrandosi sulle relazioni all’interno di una famiglia, mettendole in scena come elemento apparentemente secondario, ma per lui primario, di un processo pubblico per omicidio, che segna la violazione pubblica della loro intimità. Il thriller processuale è qui una ronde familiare, in cui sfileranno tutti i prigionieri del limitato raggio d’azione del braccialetto di Lise, persino il più piccolo di casa. Il rigore della messa in scena non impedisce l’identificazione emotiva con la reazione apparentemente algida, ma tutta interiore, di Lise, in un film doloroso e appassionante, recitato al meglio da attori di livello, con un plauso alla giovane esordiente Mélissa Guers, a una toccante Chiara Mastroianni e alla sempre impeccabile Anais Demoustier, che ha dovuto aspettare il fratello per avere in dono un personaggio detestabile, quello di una virulenta procuratrice dell’accusa, che cerca di rimediare con mancanza di empatia e moralismo al suo sentirsi troppo giovane per il ruolo.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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