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La città delle donne: Federico Fellini, l'universo femminile, l'uomo e il femminismo di ieri e di oggi

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Lungi dall'essere un atto d'accusa a quella parte del mondo femminile che comunque Fellini non amava, e da cui non era amato, La città delle donne è il racconto - attualissimo - dello smarrimento maschile di fronte alla complessità e alla forza della donna.

La città delle donne: Federico Fellini, l'universo femminile, l'uomo e il femminismo di ieri e di oggi

Sfuggito alle masnada di femministe riunite nell’albergo nel quale era finito dopo aver seguito la misteriosa signora del treno, e a un gruppo di giovanissime ragazze in auto che, dopo averlo accolto, sembravano volerlo poi investire, Marcello Snaporaz finisce bocconi per terra nel giardino della villa che scoprirà essere del dottor Sante Kartzone. Stravolto, ma allo stesso tempo composto e intimamente imperturbabile come solo Marcello Mastroianni sapeva essere, borbotta tra sé: “Ma che razza di film è questo?”.

"Ma che razza di film è questo?"

Già. Che razza di film è, La città delle donne? Ed è davvero il film vetero-maschilista - patriarcale, diremmo oggi - che tanto fece arrabbiare le femministe (quelle vere, anche quelle che Fellini volle sul set come ultra-credibili comparse, e che lo contestarono già durante le riprese) ai tempi della sua uscita?
Rispondere a questa domanda, oggi, è rischioso quanto fu per Federico Fellini girare quel film allora, perché i corsi e ricorsi storici e tutto il resto, e oggi, in piena woke culture, parlare di certe cose è materia scottante quanto lo era al termine del decennio più infuocato della storia italiana del Novecento. Ma la risposta, necessaria, deve essere data con la stessa libertà, la stessa sincerità e la stessa leggerezza usate da Fellini nel suo film, non potendo purtroppo contare sullo stesso genio.
Se è più che comprensibile, specie considerate le sue logiche, che il mondo femminista possa essersi risentito per il modo in cui Fellini lo ha raccontato nel suo film, e che lo sguardo di Fellini sulla donna (mai come puro oggetto, ma come soggetto di desiderio) era allora ed è oggi passibile di censura da parte di quello stesso mondo, sarebbe davvero sciocco e stupidamente ideologico non volersi accorgere che in La città delle donne Fellini ha voluto raccontare l’uomo - e quindi, ovviamente, sé stesso - di fronte alla complessità multiforme del femminile. Un uomo che si abbandona allo sguardo (e al giudizio) della donna in tutta la sua ingenuità, la sua complessità, la sua ridicolaggiene, la sua arroganza, la sua vigliaccheria, la sua presunzione, il suo infantilismo, la sua ammirazione, la sua inadeguatezza, la sua paura, il suo desiderio e la sua sincerità.

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"Perche stai curiosando in un mondo che ti sfugge, che non ti appartiene?"

“Perché stai curiosando in un mondo che ti sfugge, che non ti appartiene?”, chiede la femminista col passamontagna e gli occhi magnetici a Snaporaz verso la fine del film, quando si ritrova imputato di un processo che Fellini racconta in quel modo non per stigmatizzare i modi del femminismo più militante, ma per incanalare e sublimare a modo suo gli anni di piombo e il terrorismo (che hanno avuto sicuramente un ruolo non secondario nelle atmosfere di un film che, sotto la vitalità e la spensieratezza e l’onirismo, è sottilmente gravato da qualcosa di cupo e pesante: e non si tratta solo del fantasma dell’impotenza, o dell'angoscia della castrazione).
Fellini curiosa in quel mondo semplicemente perché può, e perché è il mondo che ama, visceralmente, con tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti di essere umano di sesso maschile nato nell’Italia nel 1920.
E se è vero che non risparmia stoccate - non tutte immeritate - a una parte di quel mondo femminile che non amava e che non lo amava, lo è ancora di più che il processo all’uomo, e sé stesso, lo fa lui prima di farlo fare alle femministe. Perché dei suoi limiti, e dei limiti degli uomini, Fellini era più che consapevole, e cercava di farci i conti come meglio poteva. Che, parlando puramente di cinema, era un modo come al solito geniale.

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Marcello Snaporaz, con quelle onomatopee ripetute ossessivamente (“Sgnic, sgnac”) è un personaggio quasi fumettistico, e non sorprende che il manifesto del film venne commissionato ad Andrea Pazienza. Il volto, il nome del protagonista, e quegli stessi versi che pronuncia stabiliscono un link diretto con 8 ½ che però è ancora più evidente nella parentesi più onirica di tutto il film. Quella in cui Snaporaz, infilatosi nottetempo sotto al lettone in cui lo avevano messo a dormire, si ritrova su un ottovolante di ricordi che, prima ancora di Amarcord, riporta alla mente la sequenza dell’harem proprio di 8 ½, e che pare costruito - l’ottovolante - su quelle stesse impalcature sulla spiaggia del finale di quel capolavoro del 1963.
Il look di Katzone rimanda al Satyricon, e non mancano i riferimenti, ovviamente, al Casanova di pochi anni prima, con quel ritratto del veneziano piazzato sui muri del luogo del processo, assieme a quelli di Enrico VIII, Gianni Agnelli e altri volti simbolo di un certo modo di essere uomo e trattare le donne, a formare una specie di pantheon da condannare e abbattere.. C’è pure una piccola anticipazione di Ginger e Fred, quando il vecchio Snaporaz si lancia in un ballo con le due soubrette (una è quella di Donatella Damiani, la ragazza “piena di contraddizioni”,  che quando Marcello le chiede come mai sia diventata femminista risponde ambiguamente “e come potrei non esserlo?”).

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La libertà di Fellini (e quella di Sorrentino)

Lasciando stare i link interni all’universo felliniano, e - speriamo - archiviata la questione vetero-neo-post-femminista, di La città delle donne rimane fortissima e indelebile la sua straordinaria libertà.
Non che non l’avesse mai fatto prima, ma qui è letteralmente palpabile la voglia di Fellini di fare quel che voleva, come voleva, e della sua totale incuranza per regole, convenzioni e opinioni. Libertà totale: estetica, narrativa, tematica, perfino a costo di dover sacrificare un po’ di struttura, di compattezza, di visione d’insieme. Di esporsi alle critiche che sarebbero state inevitabili. Di raccontare di sé quello che sapeva gli altri avrebbero attaccato, con sincertità e pure, volendo, un pizzico di strafottenza.
Di un atteggiamento di questo genere, oggi, in Italia, solo Paolo Sorrentino è capace, e l’avevo scritto a proposito della visione dei due episodi di The New Pope presentati allo scorso Festival di Venezia.
A proposito di questo:durante la parentesi onirica del film, quando Snaporaz rievoca tutte le ossessioni erotiche della sua infanzia (comprese quelle del cinema), tra una pescivendola e una prostituta c’è spazio anche per la signora elegante dal look anni Trenta che si cambia in una cabina sulla spiaggia, nel litorale riminese, con i bambini a sbirciarla dal buco nella parete e poi a fissarla ammaliata quando esce. Sfido chiunque a rivedere quelle immagini, e poi a confrontarle con la sigla di The New Pope (utilizzata anche nel trailer della serie) in cui Lenny Belardo cammina in costume lungo una spiaggia, osservato con desiderio dalle bagnanti, e di non ritrovare in quest’ultima la stessa matrice estetica e gli stessi colori della scena felliniana.

La città delle donne: il trailer



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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