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La casa muda, il film di Gustavo Hernández presentato nella Quinzaine des réalisateurs

Un'isolata casa disabitata nelle campagne uruguayane. Una ragazza e suo padre assoldati dal padrone per ripulirla in vista di una vendita. Finestre bloccate, buio, rumori inquietanti.

La casa muda, il film di Gustavo Hernández presentato nella Quinzaine des réalisateurs

La casa muda, il film di Gustavo Hernández presentato nella Quinzaine des réalisateurs


Un’isolata casa disabitata nelle campagne uruguayane. Una ragazza e suo padre assoldati dal padrone per ripulirla in vista di una vendita. Finestre bloccate, buio, rumori inquietanti. L’uomo va a vedere di che si tratta, viene brutalmente assalito da qualcuno o da qualcosa, la ragazza, sola, alle prese con questa inquietante situazione e con il fantasma di una bambina. Se tutto questo vi ricorda qualcosa, beh, non siete i soli.

Girato come un unico e ininterrotto piano sequenza di 79 minuti, La casa muda è un piccolo bignami del cinema horror contemporaneo (e non), dove ogni situazione e ogni idea sono chiaramente derivative. E appare evidente che l’artificio tecnico è stato appunto cercato per rendere più curiosa e interessante (in tutti i sensi) per autori e spettatori una storia costantemente dejavuistica.

Siamo di fronte al grado zero del citazionismo, di un film che pare prendere atto della crisi profonda di un genere e della difficoltà generalizzata nel superarla a colpi di nuove idee. Ma il regista Gustavo Hernandez non si compiace vittimisticamente di questa (sua) situazione, né ricerca nel metacinema una non via d’uscita intellettualizzante e autoriale.
La casa muda non cerca riflessioni né vuole indirettamente stimolare discussioni: il suo intento primario è quello di tornare alla radice di un cinema che vuole semplicemente, ma con orgoglio, divertire. Un film-gioco, che cerca lo spavento (in maniera un po’ ingenua e utilizzando i gimmick più facili) col sorriso sulle labbra; dove il perturbante di una trama che lascia lentamente emergere particolari scabrosi e utilizza in maniera facilona un ribaltamento finale che ne cita un altro recente non supera mai la superficie dello schermo per stuzzicare lo spettatore.

Il gioco è stato evidentemente divertente per chi al film ha lavorato: per chi guarda risulta corretto, ben eseguito ma un po’ freddo, come il digitale in alta definizione della fotografia. Durante la visione si sorride, (non) ci si spaventa, si commenta. Ma poi (lo) si dimentica subito.


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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