La battaglia di Hacksaw Ridge agli Oscar come parabola della redenzione hollywoodiana di Mel Gibson

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La battaglia di Hacksaw Ridge agli Oscar come parabola della redenzione hollywoodiana di Mel Gibson

In quel capolavoro che è La terrazza di Ettore Scola, al termine del suo rabbiosissimo monologo sul "dolente erudito", Vittorio Gassman risponde così a Ugo Tognazzi, che gli chiede di chi stesse parlando: "Di me! Di me!".
Col senno di poi, e alla luce delle sei, francamente inaspettate nomination all'Oscar 2017 della Battaglia di Hacksaw Ridge, che segnano la benevola riammissione del suo autore nei circoli che contano da parte dell'establishment di Hollywood, verrebbe da dire che nel suo film Mel Gibson non ha parlato tanto di Desmond Doss, il protagonista realmente esistito della storia che racconta, quanto di sé stesso.

Piaccia o non piaccia, ci si lasci conquistare dalla potente e classicheggiante retorica cinematografica e dalla spietata spettacolarità, o si rifiutino con sdegno il fondamentalismo spinto e la visionarietà cruenta e gratuita, ci sono degli elementi oggettivi, nella Battaglia di Hacksaw Ridge, che sono difficilmente negabili.
Soprattutto, è difficilmente negabile che, nelle mani di Gibson, la storia di Doss non sia tanto quella di un uomo ritenuto un codardo che si rivela essere un coraggiosissimo eroe, di un pacifista capace di cambiare le sorti di una guerra, quanto quella di un fondamentalista un po' invasato (da notare la scena in cui Teresa Palmer dice a Andrew Garfield: "Non confondere la volontà del Signore con la tua") e ostracizzato per questo dalla sua comunità (dal suo plotone), che poi si riscatta ai loro occhi, diventando funzionale e organico al suo mondo (l'esercito, la guerra, la vittoria) senza rinunciare ai suoi valori.

Ecco, col senno di poi, alla luce delle sei nomination (tra le quali quelle come miglior film e miglior regista, va sottolineato) e di una Hollywood che torna a sorridere dopo quasi un decennio di ostracismo al paria Mel Gibson, al Gibson descritto dalle cronache come integralista, alcolizzato, violento, antisemita, che ora si è redento e viene cercato per blockbuster di successo (i contatti per Suicide Squad 2) e sta mettendo in fila i suoi prossimi progetti (dal thriller con Sean Penn The Professor and the Madman, al film sulla violenza nella polizia che girerà con Vince Vaughn, e altro ancora), sembra davvero che la parabola di Desmond Doss sia stata in qualche modo anticipatoria di quella del suo autore.
Lo scomodo fondamentalismo allucinato di Gibson, il suo essere così sfacciatamente radicale ed estremista, riversato dentro una storia epica, patriottica e priva delle controversie dei suoi film precedenti, calato nell'America che si stava preparando a diventare trumpiana, diventa accettabile, cooptabile, sfruttabile.

Come Doss, non è l'australiano a essere cambiato: sono cambiati gli occhi che lo guardano.
Come, alla fine della Battaglia di Hacksaw Ridge, il suo battaglione aspetta la sua preghiera per far partire l'assalto finale al nemico, è stato il paradigma di Hollywood a spostarsi idealmente verso, se non a sposare, il paradigma dell'estremismo gibsoniano.
Lui, l'infuocato e barbuto Mel, è sempre rimasto lo stesso. Coerente ai suoi valori. Estremista, fondamentalista, a volte troppo sbronzo, ma coerente.
E in futuro ne vedremo delle belle.

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