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L'ultimo piano: il film che non conoscevate e che non sapevate di voler vedere

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Presentato in anteprima al Torino Film Festival 2019 lo scorso novembre, è disponibile in streaming in esclusiva, ma per tutti e gratis, su RaiPlay.

L'ultimo piano: il film che non conoscevate e che non sapevate di voler vedere

Nelle scuole e nelle università si preparano tesi e tesine. In quelle di cinema, invece, a chiusura di un ciclo di studi, si realizzano dei film, corti o lunghi che siano. Anche L'ultimo piano è un saggio di diploma, come spesso questi film vengono chiamati, ma è un saggio di diploma davvero particolare. Ed è il film che non conoscevate e che non sapevate di voler vedere.
A realizzare il film sono stati nove registi (che si chiamano Giulia Cacchioni, Marcello Caporiccio, Egidio Alessandro Carchedi, Francesco Di Nuzzo, Francesco Fulvio Ferrari, Luca Iacoella, Giulia Lapenna, Giansalvo Pinocchio, e Sabrina Podda) e otto sceneggiatori (Fatima Corinna Bernardi, Flavia Bruscia, Sofia Cocumazzo, Giacomo La Porta, Francesco Logrippo, Marco Minciarelli, Giorgio Maria Nicolai e Nimai Andrea Serrao), tutti allievi della Scuola d’Arte Cinematografica "Gian Maria Volonté", la scuola voluta dalla Regione Lazio e da Roma Capitale, che per concludere il loro triennio di studi hanno voluto affrontare - con la supervisione di Daniele Vicari, che della Volonté è direttore artistico - una sfida davvero non facile.

Chiunque abbia una qualche pur vaga idea di come funzioni il processo produttivo che porta alla realizzazione di un film può benissimo immaginare i rischi che comporta una collaborazione tra un numero così elevato di persone: non tanto sul versante della scrittura, quanto su quello della regia. Il regista, su un set, è un po' il gallo del pollaio, se mi si passa la similitudine campagnola, e mettere nove galli nello stesso pollaio poteva significare il caos più totale.
E invece, miracolo: perché non solo L'ultimo piano è un film che, a vederlo, non diresti mai essere frutto della testa registica di nove persone diverse, ma che ha finito per essere qualcosa di più di un semplice film di diploma: un'opera prima italiana capace di dialogare alla pari con molti film analoghi nati in un contesto industriale e professionale e non scolastico, e anzi di superare in qualità una buona fetta di loro.
Tanto che L'ultimo piano è stato presentato in anteprima lo scorso novembre al Torino Film Festival, nella sezione Festa Mobile, e dall'11 maggio è disponibile in streaming e in esclusiva (nonché gratuitamente) su RaiPlay.
Il mio consiglio, spassionato, è quello di non perderlo, perché sarebbe davvero un errore.

L'ultimo piano del titolo è quello di un palazzone fatiscente della periferia romana, nel quartiere di Tor Marancia, dove si trova il grande appartamento dove vivono i protagonisti del film. C'è Diana, la nuova arrivata, una studentessa al primo anno di Giurisprudenza arrivata in Italia dall’Ucraina col padre pochi anni prima; c'è Mattia, rider in bicicletta per una delle tante società che consegnano cibo a domicilio; c'è Flora è una giovane barista. E c'è Aurelio, che è molto più grande di loro e che è il padrone di casa, un ex cantante punk prigioniero dei propri ricordi, che vive in ciabatte e vestaglia senza mai uscire di casa, sorta di Grande Lebowski all'amatriciana, scorbutico e depresso.
Tutti gli inquilini dell'appartamento devono fare i conti con la precarietà della loro vita, ma tutti assieme dovranno affrontare una nuova complicazione quando in casa arriva il figlio di Flora, un bambino che va alle elementari, e che aveva vissuto col padre fino a quel momento.
Aurelio è interpretato dal bravissimo Francesco Acquaroli, che al cinema è stato visto in di film di Vicari come Diaz e Sole Cuore Amore, nel Mia madre di Moretti, nella trilogia di Smetto quando voglio di Sibilia e, pochi mesi fa, in Gli anni più belli di Muccino. Il Simone Liberati di Cuori puri e La profezia dell'armadillo, ex allievo della Volonté, è Mattia, mentre Marilena Anniballi (allieva della scuola, vista di recente anche nella serie Netflix Luna Nera) e Yuliia Sobol sono rispettivamente Flora e Diana.

La produzione esecutiva della Vivo Film di Marta Donzelli e Gregorio Paonessa (una delle produzioni più attente al cinema indipendente e art-house del nostro cinema, che ha firmato opere come Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli, i film di Laura Bispuri, Via Castellana Bandiera di Emma Danta e il recente Siberia di Abel Ferrara, tanto per fare alcuni titoli), non deve far pensare a grandi budget.
L'ultimo piano è a tutti gli effetti un film di diploma, e lo è anche per costumisti, scenografi, direttori della fotografia, montatori e tutto il reparto tecnico, e tutte le scelte fatte sono state fatte in economia. Ancora una volta, sorprende allora la qualità del risultato finale, che non fa avvertire quasi mai le ristrettezze economiche o i limiti della produzione.

Ma a colpire davvero, in L'ultimo piano, è la capacità di raccontare una storia e dei personaggi che sono a fortissimo rischio cliché, e che invece risultano alla fine credibili, più vicini alla realtà di quelli di tanto altro cinema italiano con ambizioni di realismo e, allo stesso tempo, mai appiattiti sulla ricerca ossessiva di un realismo che rinneghi la voglia di far sì che il film sia comunque racconto, fantasia, invenzione.
Colpiscono i toni, che non sono mai né troppo sopra né troppo sotto le righe. La capacità di essere essenziali senza esagerare col minimalismo.
Poi certo, ci sono ingenuità, ci sono sbavature, ma la qualità complessiva del progetto è tale da aver meritato a pieno titolo il suo passaggio festivaliero e lo spazio su RaiPlay; in altre condizioni, sarebbe stato meritevole anche di un passaggio nelle sale. Perché in L'ultimo piano non solo non c'è traccia di quella fastidiosa spocchia autoriale e cinefila che spesso affligge certi allievi delle scuole di cinema o autori esordienti, ma c'è tutta l'energia della giovinezza e la voglia di fare cinema di un gruppo di ragazzi.
Questa, tanto per darvi un'idea, è la breve nota di degli autori del film, che mi pare sia, per una volta, un tentativo riuscito e onesto di raccontare al pubblico lo sforzo fatto e l'obiettivo che i nove registi e tutti gli altri collaboratori alla realizzazione di questo film si erano prefissati:

Abbiamo tutti un’età molto vicina a quella dei personaggi che raccontiamo. Con loro condividiamo la precarietà e molti timori, ma anche una delicata indefinitezza che in questo film - fatto di piccoli passi fondamentali, di sfumature, di incertezze - abbiamo cercato di raccontare con sincerità. Ci auguriamo che proprio nell’assenza di risposte il film custodisca il suo punto di forza.


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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