L'Adam McKay di Vice - L'uomo nell'ombra e gli altri registi di commedie emigrati verso storie più impegnate

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L'Adam McKay di Vice - L'uomo nell'ombra e gli altri registi di commedie emigrati verso storie più impegnate

Passare dalla una commedia al dramma, o viceversa, è pratica comune per un attore o un'attrice. Perlomeno dovrebbe esserlo per dimostrare, a loro stessi in primis, di avere più carte da giocare nel settore che hanno scelto per esercitare una professione. Meno comunque è assistere a un cambio di direzione da parte di un regista, soprattutto se specializzato in un filone di film che ha contribuito a dargli una buona reputazione nell'ambiente. Girare un film è impegnativo, fisico e psiche sono sotto schiaffo per un periodo di tempo concentrato e più le responsabilità sono alte, più ci si espone al giudizio altrui. Eppure ci sono registi che vogliono rischiare, fare un saltò di qualità che metta in discussione la loro sensibilità e l'intimità artistica. Per fare una breve analisi grossolana, una commedia richiede senso dello humour e competenze tecniche, un film drammatico richiede sentimento e umanità.

Adam McKay è il regista di alcuni capisaldi della comicità americana degli anni 2000, legata in particolare a Will Ferrell. Titoli come Anchorman, Ricky Bobby, Fratellastri a 40 anni e Anchorman 2 sono da lui scritti e diretti. McKay ha sempre avuto fin da giovane la comicità nel sangue, si è fatto le ossa come uno degli autori del Saturday Night Live, con sporadiche apparizione da attore, ma quel suo spirito di osservazione sul mondo esterno a un certo punto ha trovato nuove canalizzazioni. Il passaggio a un tema importante come quello della crisi finanziaria del 2008 con La grande scommessa, lo ha promosso ad autore versatile e il successo del film lo ha incoraggiato a proseguire. Vice - L'uomo nell'ombra è la nuova opera da lui scritta e diretta che ritrae la complessa figura politica di Dick Cheney, interpretato dal trasformista Christian Bale. Il film, candidato a 6 Golden Globe 2019, esce nelle sale italiane il 3 gennaio.

Quanti altri autori cinematografici prima di McKay hanno rischiato abbandonando il popolare genere della commedia per cimentarsi in storie più intime e drammatiche? Parecchi. Per esempio Jay Roach, noto per aver diretto i film di Austin Powers e Ti presento i miei, è l'uomo dietro il biopic sullo sceneggiatore Donald Trumbo, intitolato da noi L'ultima parola. Il suo desiderio era ritornare ai suoi studi accaddemici, in quanto la storia è la stessa passione che ha Mike Myers ed è per quel motivo che i due si sono conosciuti. C'è stato quindi Austin Powers, una carriera e una solida reputazione per Roach il quale, anche da produttore di peso, ha poi deciso di ripescare antiche idee nel cassetto. Uno sfizio se l'è voluto togliere anche Luc Besson, nato con i thriller francesi d'autore e diventato produttore di action popolari, ha deciso che sarebbe stato lui il miglior regista possibile per The Lady, film biografico su Aung San Suu Kyi.

Poi c'è Todd Phillips che non solo vanta l'acclamata goliardia in tre atti di Una notte da leoni. Il regista ha diretto commedie anche molto più stupide come Road Trip e Old School. Un passo più serioso l'ha compiuto con Trafficanti, ma sarà il suo personale drammatico approccio al nuovo Joker, attualmente in fase di lavorazione, a farci davvero capire quante cartucce Phillips abbia da giocare. Allo stesso modo Peter, uno dei due fratelli Farrelly responsabili delle commedie più rozze e ridicole mai prodotte negli USA come Scemo e + scemo e Tutti pazzi per Mary, si è lanciato in una toccante storia di razzismo e amicizia con Green Book. Non l'aveva cercata, è quella storia vera ad aver trovato lui e non c'è più stato verso di togliersela dalla testa.

Andando un po' più indietro nel tempo, anche Woody Allen ha operato una naturale transizione a un certo punto della sua carriera. Negli anni 70, dalle commedie divertenti aveva già dimostrato un grande affinamento di scrittura con Io e Annie, per poi passare al dramma vero e proprio realizzando Interiors. E Ron Howard, che oggi riconosciamo come un polivalente filmmaker capace di spaziare di tema in tema, e di budget in budget, ha operato un salto drammatico dirigendo Fuoco assassino quando i suoi precedenti titoli erano le commedie Parenti, amici e tanti guai Splash - Una sirena a Manhattan e i fantasy Cocoon e Willow. Ma se, ritornando al presente, volessimo a tutti i costi inserire nella lista anche Michael Bay, potremmo farlo citando il massimo dell'impegno profuso dall'esplosivo regista con la regia di 13 Hours, non esattamente un film intimista ma la storia realmente accaduta a quei soldati è trattata da Bay con un significativo passo indietro rispetto alla sua personalità.

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Antonio Bracco
  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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