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Kinatay - recensione del film diretto da Brillante Mendoza

Ops, he did it again. Per il secondo anno consecutivo (!) il filippino Brillante Mendoza torna a Cannes presentando in concorso un film intitolato Kinatay. Che è al tempo stesso uguale e diverso rispetto al Serbis dello scorso anno.


Kinatay - recensione del film diretto da Brillante Mendoza

Ops, he did it again. Per il secondo anno consecutivo (!) il filippino Brillante Mendoza torna a Cannes presentando in concorso un film intitolato Kinatay. Che è al tempo stesso uguale e diverso rispetto al Serbis dello scorso anno.

L’attacco di Kinatay, il nuovo film di Brillante Mendoza, potrebbe essere benissimo il proseguimento o un’appendice di Serbis: minuti interminabili di scene di vita quotidiana, tra matrimoni, cene, immagini dei mercati per strada, un tipo arrampicato su un’altissima impalcatura per protesta e una rumorosissima lezione tenuta agli aspiranti agenti della locale accademia di polizia. E già tornano alla memoria le sofferenze dello scorso anno, di fronte all’”idea cinema” di Mendoza, strutturata su compiaciuti vuoti narrativi, mix audio dallo pseudo-realismo assassino e una volontaria, indisponente osticità che pare disprezzo nei confronti dello spettatore.

Poi, però qualcosa cambia. E si capisce perlomeno uno dei quadretti in questione aveva uno scopo narrativo: quello d’introdurre un personaggio che diverrà “protagonista” delle vicende a venire. Perché quasi improvvisamente, Kinatay passa dall’essere caotico, brulicante e solare a non meno caotico ma notturno, cupo ed opprimente. L’aspirante poliziotto in questione fa infatti parte suo malgrado di un gruppo di poliziotti che, in borghese, preleva da un night una prostituta, la picchia a sangue dentro un van e la conduce prigioniera in un’isolata casa di campagna; ché la ragazza è rea di avere troppi debiti di droga con un poliziotto potente e corrotto.

Look at me, I can do genre too. Sorpresa, dice Brillante Mendoza, posso strutturare una narrativa tradizionale anche io. Tradizionale, poi, fino a un certo punto, perché lo stile registico è sempre quello dilatato, confuso e senza concessioni allo spettatore di sempre. Ma il regista pare crederci davvero, punteggiando la vicenda del rapimento e delle sevizie ai danni della prostituta con richiami (anche musicali) al thriller tanto estemporanei quanto risibili, cercando allo stesso tempo di restare “naturalisticamente” incollato ai fatti (compresa la consueta sgradevolezza legata al sesso) alla crisi di coscienza del cadetto. Il tutto tenendo i personaggi, le cose (e, ancora, lo spettatore) il più possibile al buio.

Cambia le carte in tavola, Mendoza, ma il risultato è lo stesso. Rimane uno dei registi più indisponenti e insopportabili in circolazione.

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