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It's Alive! Il mostro di Frankenstein cammina ancora

In occasione dell'uscita di I, Frankenstein, un ripasso delle varie incarnazioni cinematografiche della Creatura.


L'arrivo sugli schermi di I, Frankenstein, dove la celebre Creatura viene interpretata da un Aaron Eckhart solo parzialmente imbruttito e immerso in un'ambientazione fantasy lontana da quella delle origini, ci fa ripensare a quante volte il cinema abbia rappresentato il mostro creato dalla diciannovenne Mary Shelley nel suo “Frankenstein o il moderno Prometeo”, pubblicato nel 1818. Del suo romanzo che si poneva questioni etiche sul progresso scientifico e tecnologico, paventando una scienza che aspirava alla divinità della creazione e pretendeva di sostituirsi a Dio, a imprimersi nell'immaginario è proprio la sfortunata creatura, che diventa così popolare da usurpare il nome del suo creatore. Dalla prima apparizione in un muto del 2010, le libere trasposizioni del romanzo non si contano. Nel cinema sonoro Frankenstein arriva assieme a Dracula, nel 1931, grazie alla Universal, la famosa "Casa dei mostri".

Frankenstein (James Whale, 1931)

 

E' l'inizio di una lunga serie di successi, inaugurata da due gioielli, entrambi diretti da James Whale, raffinato e “scandaloso” regista dipinto magistralmente da Ian McKellen nel biopic Demoni e Dei, che infarcisce di ironia e di piccoli tocchi bizzarri uno dei sequel più belli della storia del cinema, citato e parodiato da tutti gli amanti del genere, da Mel Brooks a Tim Burton. Whale salva Boris Karloff dall'anonimato dei ruoli stereotipati da villain in B-movies senza qualità, e lo trasforma con l'aiuto del truccatore Jack Pierce e del designer Karoly Grosz in una delle icone più potenti del ventesimo secolo.

La moglie di Frankenstein (James Whale, 1935)

 

Dopo Il figlio di Frankenstein, nel 1939 Karloff lascia il ruolo a Glenn Strange e a Bela Lugosi, che dopo il successo di Dracula lo aveva rifiutato per paura di non essere riconosciuto. Negli anni Quaranta il pubblico si disaffeziona, nonostante i sequel e la produzione dei “monster mash”, quelli che oggi si definirebbero crossover: visto che i singoli mostri non spaventavano più, si era provato a munirli di rinforzi mettendoli tutti insieme nei film, un po' come si fa con i supereroi, che se da soli sono fighi, in gruppo sono l'iradiddio. Ma ormai gli orrori della guerra da esorcizzare con le creature erano passati e oò pubblico non abboccò. Erano maturi i tempi delle parodie. Fu la stessa Universal a decidere di affiancare i suoi più celebri mostri al duo comico Abbott e Costello, ovvero Gianni e Pinotto, in una serie di film comici. Dite quello che volete ma Il cervello di Frankenstein di Charles Barton, con Glenn Strange, Bela Lugosi e Lon Chaney Jr., è ancora capace di divertirci. Anche perché i mostri fanno il loro lavoro e a chi l'ha visto in tv da piccolo hanno fatto anche un po' paura.

Il cervello di Frankenstein (Charles Barton, 1935)

 

Il modello di Karloff è inarrivabile per chiunque: se il suo volto spigoloso si presta alla perfezione al trucco di Jack Pierce, quando lo stesso make-up viene applicato su altre facce risulta posticcio come quello del televisivo Herman Munster. Meglio staccarsi completamente dal prototipo e reinventarsi la creatura. Lo fa benissimo la casa inglese degli orrori, la Hammer, nella sua serie di film su Frankenstein, ben 7, inaugurati nel 1957 da La maschera di Frankenstein di Terence Fisher con Peter Cushing nel ruolo del barone e l'atletico Christopher Lee in quello della Creatura, in glorioso e sanguinario “Hammercolor”. Il trucco di Roy Ashton è molto diverso da quello applicato a Karloff e lo fa assomigliare a un corpo in putrefazione. Nel film di Fisher il barone è malvagio e ha un'amante che fa uccidere dal mostro, un bruto violento alla sua totale mercé.

 

La maschera di Frankenstein (Terence Fisher, 1957)

 

Nel 1965 Frankenstein prova addirittura a conquistare la terra in un film di Ishiro Honda (quello di Godzilla) dove l'incubo mostruoso creato dall'uomo è quello – reale e presente nella mente e negli occhi dei giapponesi – delle deformazioni causate dal bombardamento atomico. Negli anni Settanta il mostro non ritrova la sua dignità: appare nel pessimo Dracula contro Frankenstein di Al Adamson, in cui l'unica cosa degna di nota è John Bloom, il gigante di 2 metri e 24 che senza gli zatteroni di Karloff interpreta il mostro, e nell'ipersessuato Il mostro è in tavola... Barone Frankenstein, prodotto da Andy Warhol e diretto dal suo protegé Paul Morrissey con Antonio Margheriti. Se nel filone della blaxploitation, dopo Blacula non può mancare Blackenstein, c'è però un'unica, grande parodia che arriva nel 1974. Cosa dire su Frankenstein Junior di Mel Brooks che già non si sappia? Un film filologico in bianco e nero, completamente fuori di testa. Lo conosciamo a memoria nello splendido doppiaggio diretto da Mario Maldesi, lo abbiamo rivisto di recente al cinema, in tv, a teatro, lo sentiamo sulla suoneria dei cellulari e ne sappiamo recitare le battute. Un cast meraviglioso e un regista in stato di grazia con una della creature migliori di sempre, interpretata con esilarante espressività da Peter Boyle.

 

Frankenstein Junior (Mel Brooks, 1974)

Nel 1985 Frankenstein torna in Inghilterra con l'insipido La sposa promessa, in cui Sting è il barone, Clancy Brown il mostro e Jennifer Beals la moglie. Cinque anni dopo Roger Corman si guadagna la pensione da regista col fantascientifico Frankenstein -Oltre le frontiere del tempo, dal romanzo di Brian Aldiss "Frankenstein liberato". Raul Julia è il barone, Bridget Fonda è Mary Shelley e il mostro uno sconosciuto Nick Brimble, in un film girato a Bergamo, in cui compare anche la rockstar Michael Hutchence.

Sempre nel 1990 Frank Henenlotter, specializzato in horror no-budget dotati di grande fantasia e abbondanti dosi di gore, realizza una dissacrante variazione sul tema. La fidanzata di un piccolo genio viene fatta a pezzi incidentalmente da un tosaerba e lui inconsolabile la ricostruisce con parti del corpo di prostitute attirate a casa sua. Nasce così l'irresistibile Frankenhooker.

 

Frankenhooker (Frank Henenlotter, 1990)

 

Bisogna arrivare al 1994 perché Kenneth Branagh diriga il Frankenstein di Mary Shelley, che, va detto, è anche la versione più fedele mai realizzata dal romanzo. Confessiamo che dovremmo rivederlo ma che all'epoca non ci dispiacque affatto e che Robert De Niro, in una fase florida della sua carriera, dimostrò coraggio nell'interpretare un ruolo in cui lo si vedeva sfigurato e dove ovviamente parlava pochissimo. La fidanzata Elizabeth è interpretata da Helena Bonham Carter in fase gotica pre-Burton e nel cast appare anche John Cleese. Del film, sceneggiato sapientemente da Frank Darabont, si ricordano anche gli scontri tra Branagh e il produttore Francis Ford Coppola. Gli spetta di diritto un posto tra i guilty pleasures.

 

Frankenstein di Mary Shelley (Kenneth Branagh, 1994)

 

Chiudiamo questa gallery con un piccolo capolavoro del 2012, omaggio a un genere cinematografico e tenera riflessione su quanto abbia arricchito la vita di Tim Burton e la nostra. E' Frankenweenie, meravigliosa fiaba horror in bianco e nero, a riportarci al fascino di un cinema che ha superato in fascinazione la storia gotica nata per sfida e per noia dopo una notte di sogni agitati, a Villa Donati sul lago di Ginevra.

 

Frankenweenie (Tim Burton, 2012)

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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