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Io, Lav Diaz e i festival: seconda puntata della storia di una relazione conflittuale e alimentare

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Si chiama Season of the Devil il nuovo film del regista filippino, presentato in concorso al Festival di Berlino 2018

Io, Lav Diaz e i festival: seconda puntata della storia di una relazione conflittuale e alimentare

Si poteva scegliere, ieri sera, in che orario vedere il nuovo film del regista filippino Lav Diaz, che si chiama Season of the Devil e che segna una durata di appena 234 minuti. Giornalisti e critici con accredito stampa potevano optare per una proiezione alle 19, e su una alle 21. Anzi, in realtà c’erano anche quelle delle 19:30 e delle 21:30, ma non complichiamoci la vita ulteriormente.
Io, come molti, ho scelto quella delle 19, col chiaro obiettivo di vedere una metà abbondante del film e poi uscire in tempo ancora utile per andare a cena. Posso sostenere, senza imbarazzi, di non essere stato l’unico a fare un calcolo di questo genere. Perché questa è una delle tante cose che succedono prima di affrontare la visione di un film di Lav Diaz.
C’è chi ha fatto il mio medesimo piano, chi dichiara da giorni che non vede l’ora arrivi il momento della visione, e chi ci si prepara facendo del training autogeno; c’è chi ostenta interesse parlando con l’ufficio stampa del film, aspettandone l’inizio, e poi molla il colpo dopo 43 minuti netti; c’è chi, all’apparire del nome del regista sullo schermo, tenta di far partire un applauso nell’indifferenza generale e riceve indietro solo qualche risatina di scherno; e chi assiste alla proiezione nella sua interezza con concentrazione quasi mistica, rapito dalle immagini che scorrono - si fa per dire - sullo schermo.

Restano valide, insomma, tutte le premesse e le considerazioni già fatte due anni fa dal Festival di Venezia, quando ho scritto di quel The Woman Who Left che sarebbe andato a vincere il Leone d’oro. Resta valido il ragionamento sulla legittimità delle idiosincrasie critiche, sul diritto a interrompere una visione con la quale non si riesce proprio a instaurare un dialogo costruttivo, su un cinema - quello del filippino - che comunque non è da condannare a prescindere e in maniera pregiudiziale.
E però, va anche detto che questa volta uno dei registi più coccolati dai festival e dai cinefili durieppuri, nonché più ignoto alle masse spettatoriali che non segue o non frequenta questi grandi appuntamenti internazionali, sembra quasi aver voluto provocare, per vedere fino a che punto ci sia gente disposta a seguirlo fideisticamente lungo ogni deriva.
Una rock opera. Un anti-musical. Così Diaz definisce Season of the Devil: e già questa sembra un po’ una presa in giro. Ma andiamo per gradi.

La storia, ambientata alla fine degli anni Settanta, è quella di un milizia para-militare che opprime una regione rurale del paese. Poi c’è un poeta sensibile e dal sincero afflato democratico, che annega i suoi dispiaceri nell’alcool. Sua moglie, una giovane e idealista dottoressa, è partita intanto per curare i poveri vessati dai miliziani, inimicandosi questi ultimi: e dopo l’ennesima sbronza, il poeta si metterà alla testa di un movimento di liberazione per salvare la donna e gli abitanti di quella zona.
Lo stile è quello che ci sia aspetta da Diaz: inquadrature fisse, tempi dilatati in maniera arbitraria, ancora una volta un bianco e nero, un lavoro sul racconto che da un lato decostruisce e dall’altro s’intreccia con la storia e le tradizioni delle Filippine. In Season of the Devil, in particolare, i miliziani usano superstizioni e folklore per piegare la popolazione al loro volere, e il loro comandante - tale Narciso - ha due volti: uno normale, l’altro, piccolo e maligno, sulla nuca.
E il musical che c’entra?, vi chiederete voi. C’entra, perché in non tanti dialoghi presenti nel film sono tutti cantati. Cantati a cappella, senza alcuna musica d’accompagnamento. Anzi, il film è proprio privo di colonna sonora. E quindi è tutta una nenia in talagalog, che proprio musicale come lingua non è, intervallata da silenzi spezzati solo dal rumore del vento tra le fronde degli alberi, dai versi di qualche animale, dal ronzare degli insetti.

A un certo punto della proiezione, dopo l’ennesima nenia che ci conclude con un “La la la la ah ah”, arriva sui telefoni di alcuni un messaggio borderline col genio (sì, perché a volte ai festival i critici e i giornalisti si scambiano messaggi ironici nel corso delle proiezioni, è giusto lo sappiate).
“Lav Lav Land”, recita, suscitando in chi lo legge un’ilarità sommessa ma quasi incontrollata.
È un segnale inequivocabile. Il segnale che il momento è arrivato, che l’equilibrio si è rotto e non è più restaurabile, che è arrivato il momento di lasciare scorrere un film che non si è apprezzato - e che sono convinto sia davvero una sorniona e ironica provocazione del regista ai suoi fan - e di lasciare che il mio, di tempo, scorra in altre direzioni e in altri luoghi: preferibilmente luoghi dove non solo la mia anima (cinefila e non) venga nutrita, ma anche il mio corpo.
Accompagnato da altri dissidenti, che come me sono stati stigmatizzati all’uscita dalla sala da alcuni miliziani di Diaz che stavano presidiando le porte neniando “La la la la ah ah”, ho rivisto la luce: e si fa per dire, visto che era buio da alcune ore.
Sarà stato forse per via di un latente senso di colpa che ci siamo diretti senza troppi indugi verso un ristorante fusion asiatico che si affaccia su Potsdamer Platz. Specialità filippine non erano disponibili, ma non si può avere tutto dalla vita. Per chiudere una serata come quella, un Laab Gai annaffiato da una birra Tiger è stato un compromesso del tutto accettabile.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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