Io e Annie: quarant'anni, e non sentirli. Dalla svolta a destra a semaforo rosso, fino alle uova

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Io e Annie: quarant'anni, e non sentirli. Dalla svolta a destra a semaforo rosso, fino alle uova

Da quando, in un momento imprecisato dei primi anni Ottanta, ho visto per la prima volta Io e Annie, per me Los Angeles è sempre stata la "città dove il solo progresso culturale è che puoi curvare a destra col semaforo rosso."
Non so per quale motivo mi rimase così impressa proprio quella, anche se non solo quella, tra le tante battute memorabili di un film considerato tra i massimi capolavori di Woody Allen; forse, col senno di poi, per giustificare nella mia mente piccole libertà, piccoli gesti di ribellione al Codice della Strada che mi sarei concesso di tanto in tanto una manciata di anni più tardi, finalmente alla guida dell'agognato motorino.

Svolta a destra con semaforo rosso a parte - che rimane comunque una gran bella iniezione di civiltà di cui a volte dovremmo ricordarci -, a rivederlo oggi a quarant'anni dalla sua uscita, Io e Annie rimane un film non solo bellissimo, intelligente e divertente, ma terribilmente attuale.
Da una parte, perché tutto quello che Allen racconta sui rapporti di coppia, mettendo in scena quello che vede protagonisti il suo Alvy Singer e la Annie Hall di Diane Keaton, ha una valenza che trascende delle epoche e dal tempo.

Dall'altra, perché con lo sguardo ironico gettato sul ciò che li che lo circonda, sulla rivalità tra l'amata New York e l'odiata Los Angeles, sui circoli intellettuali, sulle manie e le mode dell'epoca, Io e Annie parla di un mondo che assomiglia in modo incredibile a quello in cui viviamo oggi.
Ieri i macrobiotici, oggi i vegani: ma è la stessa cosa; ieri gli intellettuali che "sono la prova che puoi essere coltissimo e non afferrare la realtà oggettiva" e "tutto quello che prima faceva bene ora fa male", oggi pure; ieri le frecciatine lanciate a Central Park sulle coppie gay che passano o sugli italiani col look da mafioso, oggi quelle no.
Perché vogliamo mica scherzare, offendiamo le minoranze?

Ecco, era dell'indignazione a parte, il problema è che oggi ce lo sogniamo un autore capace di scrivere come Allen. Allen a parte.
Uno che osi, ma con intelligenza e senza voler fare il provocatore tanto per fare, uno che è stato capace di venire dal comico e di passare alla commedia sofisticata senza tradirsi, anzi infilando dentro a un film colto ed elegante momenti di purissimo ed istintuale divertimento, uno che ha giocato con la forma visiva (gli split screen, i sottotitoli, l'inserto d'animazione) e narrativa (gli andirivieni tra presente e passato) facendolo sembrare la cosa più spontanea e naturale del mondo.

Per molti, Io e Annie è "il film della svolta", quello in cui il genio di Allen (perché di genio si tratta) diventa adulto: ma il surreale e l'assurdo che prima il newyorchese metteva in scena attraverso gag visive e verbali, qui inizia solo a cambiare forma, e nemmeno del tutto. Perché - e Alvy lo dice più che chiaramente, e in più di un'occasione - il surreale e l'assurdo, per Allen, sono quelli dell'esistenza. Che a volte sceglie di raccontare in maniera più lieve, altre più cupa: perché lui è comunque "ossessionato dalla morte", e da una vita "divisa in orribile e miserrimo", ma è comunque capace di tenere il sorriso stampato sul volto.
Cos'altro fare, di fronte all'assurdo, se non sorridere, accettare le cose come stanno, e andare avanti? Ostili lo si diventa solo se si vuole "vedere la pallacanestro in tv," e qualcuno o qualcosa te lo impedisce.

E per questo sì, ridiamo in Io e Annie quando Allen fa la sua celebre tirata contro il tizio che, in coda per il cinema, blatera di Fellini e McLuhan, quando cita un canguro con l'epatite come scusa per aver mancato un concerto rock ("ma tu hai un canguro?", gli chiede stupita Shelley Duvall; "Alcuni..." risponde lui con nonchalance), quando fa il duro dichiarando "uccido ragni dall'età di trent'anni, va bene?", o se la prende con Harvard che pure lei fa i suoi sbagli ("ci insegnava Kissinger").
Ridiamo, ma soprattutto rimaniamo a bocca aperta di fronte alla capacità di Woody Allen di raccontare nevrosi piccole e grandi che sono sì le sue - perché anche lui parla "di me, di me", come tutti - ma anche quelle, appunto, che sono nostre, e di tutti.

Le nevrosi dei singoli, di Alvy, di Annie, e quelli della coppia e delle coppie, raccontate da Allen con un'amarezza spensierata e disarmante che arriva a commuovere, come in quel pezzo di monologo finale nel quale - siamo onesti - non possiamo non riconoscere noi stessi e la nostra vita, ancor più di quello forse più celebre, iniziale, in cui Allen cita Groucho Marx e il club di cui non vorremmo far parte se ci accettasse come soci.
Quel monologo recitato fuori campo, con la macchina da presa che inquadra un incrocio newyorchese che rimane vuoto, e che dice così:

Ma era stato grandioso rivedere Annie, no? Mi resi conto di che donna fantastica era e di quanto fosse divertente solo conoscerla. E io pensai a... quella vecchia barzelletta, sapete... Quella dove uno va dallo psichiatra e dice: "Dottore, mio fratello è pazzo: crede di essere una gallina", e il dottore gli dice: "perché non lo interna?", e quello risponde: "e poi a me le uova chi me le fa?". Be', credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali... e pazzi. E assurdi, e... Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.

E allora, che uova siano.
Non importa ci dicano un giorno che fanno bene, l'altro che fanno male, come il sole, come il latte, come la carne: ma che uova siano.


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