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Inglorious Basterds - recensione del film di Quentin Tarantino

Folle impressionanti a Cannes per il Tarantino-Day: tutti hanno voluto vedere l’attesissimo Inglorious Basterds e il suo creatore, ma anche il protagonista Brad Pitt. Il progetto a lungo sognato dal regista di Los Angeles unisce il cocktaild i generi di Kill Bill con la ricerca quasi teoria di Death Proof: il risultato è un film che co...


Inglorious Basterds - recensione del film di Quentin Tarantino

Folle impressionanti a Cannes per il Tarantino-Day: tutti hanno voluto vedere l’attesissimo Inglorious Basterds e il suo creatore, ma anche il protagonista Brad Pitt. Il progetto a lungo sognato da Quentin Tarantino unisce il cocktail di generi di Kill Bill con la ricerca quasi teoria di Death Proof: il risultato è un film che convince (e dispiace) solo a metà.

Come spesso accade per i film figli di un grande desiderio di un regista, a lungo rimandato, Inglorious Basterds è un film dove le luci e le ombre nascono tutte dalla voglia si strafare dell’autore. E, si sa, Tarantino è uno che in quanto a strafare non sa essere secondo a nessuno.

Il nuovo lavoro di uno dei registi più amati, idolatrati e coccolati degli ultimi anni porta con sé indelebile – come una svastica incisa sulla fronte ai pochissimi soldati nazisti lasciati vivere dal tenente Aldo Raine e dai suoi bastardi – il marchio di fabbrica del suo artefice. Non ci sono dubbi infatti che Inglorious Basterds sia da un lato il corrispettivo guerresco di quel che Kill Bill ha rappresentato per il cinema d’arti marziali e non solo, e che dall’altro porti avanti con coerenza ma anche con grandi incertezze il discorso estetico e teorico del più recente (e sottovalutatissimo) Death Proof. Tarantino usa il solito pirotecnico blender per mixare riferimenti che spaziano dal cinema di guerra in senso ampio (e sì, da Quel maledetto treno blindato e Quella sporca dozzina in particolare) alla grande tradizione del western che va da Ford a Peckinpah passando per Leone. L’azione viene relegata a pochissimi punti, magari anche forti e spettacolari, ma è pur sempre satellitare ad un cuore narrativo e drammaturgico strutturato invece su lunghe sequenze dilatatissime e stipate di dialoghi incessanti che rifuggono dai tarantinismi più facili e scontati, ma che spesso lasciano perplessi per la loro pseudo-naturalistica piattezza. In questo senso, dell’operazione Death Proof manca la pregnanza della parola anche banale pronunciata in libertà, che riesce ad assumere valenze e magnetismi altri: qui manca forse la passione che superi la voglia di divertissement del regista. Che poi si celebri il cinema, come idea e come luogo, deputandolo ad essere l’unica possibilità di “arma finale” contro il dott. Goebbels e Hitler è un’idea splendidamente e affettuosamente cinefila, ma non certo nuova né innovativa: bene l’omaggio a Lubitsch, ma da allora di acqua sotto i ponti ne è passata.

Ironico e serio al tempo stesso, capace di avvincere ed annoiare a fasi alterne, raffinato e grottesco, Inglorious Basterds è un film che, per fare un parallelo molto azzardato, potrebbe stare al suo autore come Southland Tales stette a Richard Kelly: tanto fascino, tanta materia da analizzare (e in questo caso una seconda visione è quasi d’obbligo), ma la sensazione è che ci sia qualcosa di profondamente e imperfettamente scentrato.

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