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Incontro con Josh Hartnett, "ragazzo" felice che ama i personaggi tormentati

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L'attore è uno degli ospiti d'onore del Filming Italy Sardegna Festival di Tiziana Rocca.

Incontro con Josh Hartnett, "ragazzo" felice che ama i personaggi tormentati

Il primo ospite internazionale del Filming Italy Sardegna Festival a raccontarsi diffusamente alla stampa, durante un incontro fra le palme e le bouganville e con il mare calmo di fronte, è un bel ragazzo di quasi 40 anni che risponde al nome di Josh Hartnett e che al principio degli anni 2000 è diventato rapidamente una star, un volto e un corpo che occupava orgogliosamente le copertine di riviste specializzate e che dopo aver incrociato il cammino di Sofia Coppola neoregista e di Michael Bay, Ridley Scott e Brian De Palma, ha detto di no ai cinecomic e a numerosi altri blockbuster. Proprio così, il fidanzato di Scarlett Johansson ai tempi di Black Dahlia ha avuto il coraggio di abbandonare Hollywood per tornarsene nel suo Minnesota e dedicarsi alla poesia e alla fotografia. Poi il protagonista di Slevin - Patto criminale ha ripreso a recitare e ha privilegiato il cinema indipendente, accettando anche di interpretare, per tre stagioni, uno dei protagonisti della serie tv Penny Dreadful, che riuniva una serie di personaggi dell'immaginario horror gotico. Da quando è diventato padre, Hartnett ha acquistato una nuova energia ed ora è un lavoratore infaticabile, e negli ultimi tempi ha legato il suo nome a diversi progetti. Ce ne parla volentieri e ci racconta perfino di Pearl Harbor e del suo imminente quarantesimo compleanno, che coincide anche con i festeggiamenti per i vent'anni di carriera.

Mi piace l'idea di compiere quarant'anni, mi ritrovo sempre più felice man mano che invecchio. Ho cominciato a girare Halloween 20 anni dopo e The Faculty esattamente nello stesso momento, nella primavera del 1998, quindi, in realtà, sono passati più di vent'anni, il che mi fa un po’ impressione, perché mi sembra ieri che ho cominciato a stare su un set cinematografico. Quello che mi spaventa è che il tempo passa sempre più velocemente, e mi capita di ricordarmi cose successe vent'anni fa come se le avessi appena vissute, eppure tutto quello che è accaduto da quel momento a oggi è andato perduto, è svanito, e dov'è finito? Qualcuno potrebbe restituirmelo, per favore?

All'inizio della tua carriera hai scelto la strada delle grosse produzioni hollywoodiane, poi ti sei rivolto al cinema indipendente, di nicchia. Perché?
Credo che quasi ogni film oggi sia un prodotto di nicchia, tranne forse un cinecomic Marvel o DC. Io ho sempre privilegiato i film più piccoli perché mi hanno dato la possibilità di sperimentare maggiormente. Quando sei sul set di un film con un budget importante e chiedi al regista se puoi cambiare qualcosa del tuo personaggio, prima di riuscirci devi ottenere l'approvazione di quattro o cinque persone e spesso ti dicono di no, perfino quando domandi cose insignificanti come il permesso di sfoggiare un paio di baffi. Se fai un film indipendente, puoi rischiare di più, e questo mi attrae. Ciò che invece mi affascina nelle produzioni più imponenti è la paga che ricevo, ma preferisco sacrificare il mio caché a favore di qualcosa di artisticamente più gratificante.

Cosa hai fatto di recente e cosa farai in futuro?
Ho appena finito di girare un film intitolato Gut Instinct: è ambientato in Canada e in Tailandia negli anni '80 ed è la vera storia di un giornalista chiamato Victor Malarek che scoprì un complotto in cui erano coinvolti importanti funzionari governativi che facevano incarcerare persone innocenti per crimini legati al mondo della droga. Poi c'è Valley of the Gods, del regista polacco Lech Majewski, che è un film molto elegante, bizzarro, che somiglia un po' a 8 e ½ perché ha come protagonista un artista in preda a un blocco creativo e che fa un sogno. Nel cast ci sono Charlotte Rampling e John Malkovich. Forse tra breve mi dedicherò a una commedia che parla di agorafobia e che ha una sceneggiatura molto buffa, altrimenti comincerò a girare un film ispirato alla vera storia di un uomo che esce di prigione dopo diciotto anni di reclusione e deve reintegrarsi nella società.

Cosa differenzia il lavoro per la televisione da quello per il cinema?
All'inizio il lavoro è lo stesso, studi il personaggio e ti interroghi su quale direzione debba prendere, poi le cose cambiano perché i produttori, lo Studio o perfino i fan magari reagiscono in maniera inattesa a quello che fai e allora devi improvvisamente cambiare qualcosa nel personaggio. In questo il lavoro in tv somiglia alla vita, perché c'è un aggiustamento continuo, un dialogo costante fra il pubblico e l'attore, o il pubblico e il regista. Per il resto la televisione non è così diversa dal cinema, molti colleghi di lavoro sono gli stessi. Ormai tutti quanti passiamo continuamente da un mezzo all'altro e ciò che sempre inseguiamo è un buon materiale narrativo.

Ethan Chandler di Penny Dreadful è un personaggio che "abita in un luogo oscuro". Cosa ti piaceva di lui?
Amo i personaggi che si trovano in luoghi oscuri, che attraversano cambiamenti interiori. Quando un personaggio sta lottando con qualcosa che non capisce fino in fondo, rivela la sua parte più cruda, autentica. Di Ethan mi piaceva la possibilità che mi dava di giocare con le sue diverse maschere e la vergogna che sembrava sempre caratterizzarlo. Personaggi del genere rendono il mio lavoro significativo, quasi solenne, non sempre è divertente, ma può rivelarsi utile per conoscersi meglio. Un personaggio che è costantemente se stesso mi interessa di meno, se è un cuor contento non mi stimola più di tanto.

Il primo ricordo di Pearl Harbor
Ciò che rammento di più è il lunghissimo tempo trascorso in Ohio. Era un film talmente grosso e ambizioso che quasi non ci sembrava di fare niente. Oggi si girano sei o sette pagine di sceneggiatura al giorno, mentre all'epoca, avendo a disposizione circa 100 giorni di riprese, giravamo ogni volta una piccolissima parte del copione. Entravamo in scena, correvamo un po’ per sfuggire alle esplosioni e poi tornavamo nelle nostre ville sulla spiaggia. E’ stato un film sfarzoso, il che è curioso, visto che narrava di eventi tragici.

Cosa significa per te fare il produttore oltre che l'attore?
Fare il produttore mi permette di avere il controllo sul mio lavoro, ho anche scritto molto di recente, ho diretto documentari e video musicali, forse prima o poi dirigerò un film, anche se come attore non mi posso lamentare, perché ultimamente mi sono stati proposti diversi progetti molto interessanti. La mossa più intelligente che un attore possa fare è cercare di seguire il percorso che più gli è congeniale con la giusta consapevolezza. Io non ho sempre fatto mosse intelligenti nel corso della mia carriera - almeno così mi hanno detto - ma se ora mi propongono qualcosa di realmente stimolante, mi ci butto a capofitto e possibilmente divento produttore.

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  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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