In den Gängen: recensione del film tedesco che ha chiuso il concorso della Berlinale 2018

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In den Gängen: recensione del film tedesco che ha chiuso il concorso della Berlinale 2018

Che meravigliosa importanza hanno i luoghi nel cinema. Nutrono l’immaginario e vestono i personaggi diventando spesso protagonisti stessi delle loro azioni. Il tedesco Thomas Stuber aveva 8 anni quando cadde il muro, visto dalla parte opposta rispetto all’occidente, da Lipsia, devastata dalla Guerra e dal comunismo, solo recentemente tornata a brillare. Curioso che uno sterminato ipermercato costruito nel nulla della Germania est più povera, cullato solo da una trafficata autostrada che lo costeggia, possa diventare uno scenario di solitudine in grado di dialogare con la sperduta periferia commerciale del Midwest americano. Un cinema indipendente per eccellenza, ma dipendente dai suoi personaggi fino a perdersi dentro, tratteggiandoli con poche parole e svelamenti. 

In den Gängen, è questo il titolo del suo film, letteralmente le corsie che si susseguono in un supermercato, aperto fino a tarda sera, sempre in attività con l’avvicendamento dei dipendenti scandito da turni. C’è addirittura un cd di musica classica che segna l’arrivo della notte, in uno dei momenti quasi alla Kaurismaki, di poesia nella stravaganza di luoghi tristi e personaggi grigi. Barlumi di umorismo che nutrono la prima parte di questo film che ha segnato la più piacevole sorpresa tedesca alla Berlinale 2018. Merito anche della figura tirata e un po‘ sbilenca di Franz Rogowski, lanciato da Victoria di Sebastian Schipper, girato in un unico piano sequenza e molto apprezzato un paio d’anni fa, e più recentemente, sempre passando da Berlino, in Transit di Christian Petzold. È lui il silenzioso protagonista, Christian, che varca per la prima volta la soglia di questo grigio supermercato, in cui si deve occupare delle bevande e degli alcolici insieme all’esperto Bruno, all’inizio poco propenso, in uno scorrere di corridoi e scaffali altissimi che sembrano usciti da un magazzino Ikea.

Si svela un microcosmo in cui i rapporti fra reparti tengono banco, in questa ONU del lavoro oscuro per il consumatore. Un dietro le quinte che non conosciamo, quando giriamo per gli eleganti scaffali perfettamente organizzati: sono le arrugginite aree di carico in cui arrivano le merci, le agili e potenti macchine per spostare tutto, le pause sigaretta, le rampe con vista sull’autostrada per fare due chiacchiere al cambio turno. Stuber ha tratto la storia da un racconto della raccolta All the Lights di Thomas Stuber, scrittrice anche lei di Lipsia che il Guardian ha avvicinato a Raymond Carver, Houellebecq e Irvine Welsh "sulle strade tedesche".

Sono i dettagli che man mano illuminano un poco una storia, pienamente riuscita, di solitudine disperata e tragica, in cui è questo luogo algido che il destino ha voluto unico motore sociale per scaldare e donare momenti di felicità ai suoi abitanti. Christian spera di trovarci anche l’amore, almeno è convinto che quella bionda collega (la Sandra Hüller di Vi presento Toni Erdmann) con cui inizia un balletto di frecciatine, ricevute, e corteggiamento tenero e delicato possa rappresentarlo. Addirittura si sente il rumore del mare, fra surgelati e latticini, basta aprire il cuore verso un bello che intorno latita. Siamo nei nei corridoi di una società tedesca orientale in cerca di un nuovo senso di comunità. Una commedia romantica, quindi, a suo modo e fra le altre cose, piena di umanità e con personaggi a cui affezionarsi presto e sempre di più.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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