Il Traditore: Tommaso Buscetta nella realtà e nella finzione

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Il Traditore: Tommaso Buscetta nella realtà e nella finzione

Il pubblico che è accorso in massa a vedere Il traditore di Marco Bellocchio, si sarà fatto sicuramente un'idea precisa del personaggio che il film racconta con grande accuratezza e rigore, ma per chi non l'ha ancora visto o vuole saperne di più, vediamo chi è stato Tommaso Buscetta, detto Don Masino, lo spietato killer e criminale che negli anni Ottanta e Novanta rivelò a Giovanni Falcone e - dopo il suo omicidio - ad altri magistrati i segreti organizzativi e politici della mafia: un'organizzazione dominata ormai dai corleonesi e dalla ferocia di Salvatore Riina, dopo la guerra che li aveva visti vincitori, con centinaia di vittime, sulle famiglie palermitane con a capo i più “moderati” Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, a cui Buscetta apparteneva.

Considerato il primo grande pentito di mafia, l'uomo che svelò le strutture e i rapporti di potere all'interno di Cosa Nostra (e fu lui a rivelare che questo era il nome con cui gli interni chiamavano l'organizzazione criminale) in realtà non rinnegava le scelte che aveva fatto, come disse esplicitamente, ma era semmai traditore perché tradito, a suo dire, da un'associazione che era venuta meno ai suoi “valori” e in cui non si riconosceva più. Vissuto a lungo in Argentina, in Brasile e in America (dove in momenti diversi della sua vita aveva pure cercato di intraprendere attività legali, aprendo una vetreria e una pizzeria), Buscetta è anche noto come il boss dei due mondi e l'FBI gli garantì protezione e una nuova vita in cambio delle sue rivelazioni sulla struttura della mafia americana, che conosceva benissimo e di cui parlò nel processo noto col nome di Pizza Connection.

Tutto quello che disse si rivelò fondato e importante, portando alla cattura di molti mafiosi e al maxiprocesso di Parlermo, ma lo Stato non seppe andare fino in fondo, quando tra i suoi accusati spuntarono figure politiche che avevano stretto accordi con la mafia, come il potentissimo e più volte Presidente del consiglio della Democrazia Cristiana Giulio Andreotti. Questo impedì la vittoria definitiva su una Piovra responsabile di migliaia di vittime, moltissime delle quali tra i tutori dell'ordine e cittadini innocenti. Lui – che già nel 1981 era fuggito in Brasile e per vendette trasversali tra il 1982 e il 1984 aveva perso in modo atroce due figli, un genero, un fratello, un nipote e un cognato – ne restò molto amareggiato, come confessò al giornalista Saverio Lodato nel libro intervista del 1999 intitolato, non a caso, “La mafia ha vinto”.

Un anno dopo, da tempo malato di cancro, l'uomo più ricercato dalla mafia ebbe il raro privilegio di morire in libertà nel suo letto, in America, con la terza moglie e i figli vicini. Alla sua morte, il 2 aprile 2000, Giancarlo Caselli, magistrato ed ex procuratore della Repubblica con alle spalle molti arresti eccellenti tra i vertici mafiosi, commentò: “Un uomo leale e coraggioso, perché prima di parlare di politica era solo Buscetta, dopo è diventato un problema, per tante persone. Con le sue rivelazioni e grazie al lavoro intelligente di molti magistrati, aveva contribuito a smantellare il mito dell'invulnerabilità di Cosa Nostra”. Enzo Biagi, autore nel 1988 di una lunga intervista con lui, confluita nel libro "Il boss è solo", di cui sono rimasti pochi stralci su youtube, disse invece: “Sembra strano, ma ho perso un amico. Probabilmente non mi ha detto tutto, ma sono anche sicuro che non mi ha mai mentito. Adesso gli sia concessa la pace".

Da queste parole si capiscono la stima e la simpatia umana che Don Masino riusciva a suscitare negli interlocutori. Lui che nell'organizzazione mafiosa era entrato giovanissimo, a 16 o 17 anni, quando già aveva una moglie e un figlio, era cresciuto poverissimo (ultimo di 17 fratelli) e ignorante. Ma era, a modo suo, un uomo d'onore vecchio stile, uno che quando dava la sua parola la manteneva. Si vantava di non aver mai, nelle sue tante attività criminose, fatto estorsioni e trafficato droga. Per rendersi irriconoscibile si era sottoposto due volte a chirurgia plastica modificando i tratti del volto (che un giornalista definì “da indio”). Dalle operazioni era uscito con un aspetto bizzarro e innaturale, che gli aveva salvato la vita. Nelle foto dell'epoca lo vediamo coi folti capelli neri, spesso lunghi, e grandi occhiali scuri.

A conferma del fascino esercitato ancora oggi da questa strana figura di mafioso galantuomo ci sono libri, film e rappresentazioni televisive del personaggio. Oltre al Traditore, con uno straordinario Pierfrancesco Favino che lo incarna alla perfezione perfino nel di parlare, colmo di inflessioni e accenti, a Buscetta è stato dedicato proprio quest'anno il documentario Our Godfather di Mark Franchetti e Andrew Meier, presentato con successo al festival di Toronto. Nella serie tv La mafia uccide solo d'estate Don Masino è un personaggio tragicomico (interpretato dal bravissimo attore siciliano Sergio Vespertino) che incute però timore e paura: lo troviamo in carcere, trattato con tutti gli onori e i comfort del caso, come un principe in vestaglia che decide, minaccia e grazia a piacimento l'ingenuo gregario interpretato da Francesco Scianna. In questa rappresentazione, Buscetta ha un debole che aveva davvero: quello per le melanzane “mmuttunati”, o ripiene.

L'FBI gli aveva regalato una nuova vita inserendolo nel programma di protezione testimoni, ma nel 1995 Don Masino commise una grande imprudenza, che destò scandalo, quando un giornalista di Oggi lo riconobbe durante una crociera sul Mediterraneo con la terza moglie (la brasiliana Cristina, una psicologa figlia di un famoso avvocato), a bordo dell'Ammiraglia della Starlauro, la Monterey. Tra i passeggeri, che lo sapevano bersaglio senza scadenza di Cosa Nostra, si scatenò il panico. Tre anni prima del resto era stato avvistato in un ristorante romano mentre mangiava spaghetti con le vongole. Al cibo buono, come alle belle donne, non aveva mai saputo resistere.

Interrogato sulla nave dal giornalista, Buscetta rispose: “Mi deve capire, avevo promesso questa crociera a mia moglie e ho approfittato di un interrogatorio a Roma per un processo per darmi latitante. I magistrati italiani non sanno nulla, credono sia a New York, e io invece ho convinto la Dia a consentirmi questa pausa di riposo". Sempre a Oggi, in quell'occasione, il boss rivelò: “Lei lo sa, ho passato tante disavventure, ho subito dolori e sofferenze atroci. E Cristina ne ha sofferto al punto che per lo stress stava perdendo l' uso delle gambe. Era ridotta a una larva, povera donna. Ha 46 anni e fino a qualche mese fa somigliava a una sessantenne. Ora che lentamente si riprende devo starle vicino, le voglio bene, l' amo troppo per non accontentarla...". Una fuga d'amore che fece scalpore e che mostra il volto umano del Traditore, che rivive oggi un film che, 19 anni dopo la sua scomparsa, ha se non altro avuto il merito di ridestare l'interesse del nostro pubblico per un cinema italiano di impegno civile.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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