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Il tempo del cinema e quello della musica

O anche di tutti e due: dove salti Techiné e ti trovi davanti un batterista jazz

Il tempo del cinema e quello della musica

Questione di scelte, si diceva l'altra volta.
A volte ti va male, altre però ti va bene.
Perché magari scegli di non vederti il film di Techiné fuori concorso, che non ce la puoi fare (e spero che nessuno mi licenzi per questo), e ti dirigi alla Quinzaine des réalisateurs (sezione da noi ingiustamente negletta, come la Semaine de la Critique) per chiudere la tua giornata in modo diverso.

Perché, diciamocelo: a volte dei mattoni degli autori blasonati si fa anche volentieri a meno, e si va in cerca di aria nuova e fresca, nelle sezioni autonome che la dittatura mediatica vuole inevitabilmente penalizzate.

Ieri sera, poi, c'era Whiplash, il film trionfatore del Sundance di quest'anno.
Io, del film e della sua trama, ammetto che non sapevo proprio nulla; sapevo però che era l'opera seconda di Damian Chazelle, giovane regista americano del quale avevo amato molto l'esordio, Guy and Madeline on a Park Bench.

Uno dei motivi per cui quel film, visto al Torino Film Festival di qualche anno fa, mi era così piaciuto, era il ruolo centrale della musica jazz.
E allora è stata davvero una gran bella sorpresa per me scoprire che anche Whiplash è tutto costruito sul jazz, seguendo l'incontro/scontro tra un giovane talentuoso e ambizioso batterista e un insegnante di conservatorio che pare la versione musicale del sergente instruttore di Full Metal Jacket (interpretato da un J.K. Simmons strepitoso).

Non starò qui a raccontare oltre di una trama che, privata della musica, è basilare e pure un po' retorica. Né mi metterò a discutere dei meriti o demeriti cinematografici del film di Chazelle.
Ve lo ricordate, voi, Footloose?
Ve la ricordate la scena in cui Kevin Bacon dà scacco matto al noioso pastore padre di Lori Singer? Quella del monologo in chiesa, del passo della Bibbia che recita "C'è un tempo per ogni cosa sotto il cielo...?"
Ecco.

Perché anche a Cannes c'è un tempo per essere critici seri, un po' pignoli e rigorosi; e c'è anche un tempo per lasciarsi andare, e farsi trascinare da un film, che grazie alla musica, ti ipnotizza e ti esalta.
Poco importa che nella prima parte Whiplash sia molto divertente, che conosce un periodo di bonaccia e che finisca nel più tradizionale dei modi: conta, oltre al fatto di essere girato molto bene, che ci sono dei pezzi di musica notevoli, e un assolo di batteria finale, lunghissimo che è letteralmente esaltante e ti lascia a bocca aperta.

E allora chissene frega che l'andamento e la grammatica sono un po' quelli di Karate Kid, come suggeriva un caro amico: conta che anche a Cannes, come nella vita, a volte bisogna mollare e lasciare che sia solo e soltanto la pancia a parlare.
E se poi al sentir nominare il jazz storcete il naso, o la musica non vi trascina come poche altre cose al mondo, beh: scusate ma son problemi vostri.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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