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Il Signor Diavolo: Pupi Avati, maestro di oscuri terrori

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Nel presentarvi una clip esclusiva del nuovo film dell'autore bolognese, ricordiamo i suoi precedenti lavori nel campo dell'horror.

Il Signor Diavolo: Pupi Avati, maestro di oscuri terrori

C'è un altro Pupi Avati che cammina da pari passo, fin dagli inizi, con l'autore di film su gite scolastiche, rapporti di amicizia e parentela, partite di poker, dancing, jazz e incursioni nella storia medievale. Ed è il maestro di terrori ancentrali, che col suo peculiare approccio al cinema di genere, il cosiddetto gotico padano, ha conquistato gli appassionati di horror che aspettavano da anni un suo ritorno alle atmosfere cupe e angoscianti dei suoi celebri film di genere. Finalmente, dopo aver a lungo – o così pareva – considerato come minori queste sue opere, a 80 anni il regista bolognese tira fuori l'asso della manica con la trasposizione cinematografica di un suo romanzo, Il signor diavolo, e dimostra di non aver perso il suo gusto per la paura classica e di saper ancora raccontare belle storie nere.

La radice di questi suoi film, del resto, affonda nell'infanzia, nelle storie raccontate ai bambini attorno a un focolare per farli stare buoni o in qualche discorso da grandi captato dall'immaginazione vivida di qualcuno alle cui orecchie non erano destinati. È così che, dalla diceria secondo cui nella tomba di un prete si era trovato uno scheletro femminile, nasce l'idea de La casa dalle finestre che ridono, mentre di suggestioni esoteriche e alchemiche è letteralmente intrisa la terra di Cagliostro, e sono elementi che troviamo inseriti in forma grottesca anche nel suo primo film, Balsamus, L'uomo di Satana e che tornano in opere più mature come L'arcano incantatore, dove fa il capolino il diavolo, che appare per la prima volta nel titolo della sua opera seconda, Thomas e gli indemoniati.

Ma è nel 1976 che Pupi Avati firma un vero e proprio capolavoro del genere, il citato La casa dalle finestre che ridono, diventato oggetto di culto tra gli appassionati che compiono veri e propri pellegrinaggi alla ricerca dei luoghi delle riprese e dove, secondo la storia, avrebbe vissuto il pittore di agonie, Buono Legnani. C'è perfino, ci dicono, chi crede davvero alla sua esistenza. Resta il fatto che quel film ha davvero segnato in modo originale la storia del cinema di genere italiano. Intanto per le location paludose della Bassa Padana (le Valli di Comacchio) riprese in pieno sole, dove l'orrore si nasconde dietro porte chiuse e segreti non rivelati e l'estraneo scatena inconsapevolmente intorno a sé un letterale gioco al massacro. Basterebbe questo – ma c'è anche altro – a distinguere il film dai bellissimi gialli di Dario Argento che nello stesso periodo li ambientava a Roma e a Torino, preferibilmente in atmosfere notturne. Lontani anche i castelli e i labirintici spazi in cui Mario Bava e Riccardo Freda avevano collocato i loro horror. Non siamo nemmeno nel Sud di Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci, nonostante alcune somiglianze: anche lì, come in molti film di genere italiani, dove l'educazione cattolica ha formato intere generazioni, la figura del prete è molto importante e a coprire l'orrore è la paura e l'omertà della gente. Ma La casa dalle finestre che ridono ha davvero un'atmosfera speciale, inquietante, è un prodotto unico, in cui Avati va fino in fondo, confezionando coi suoi attori feticcio Lino Capolicchio e Gianni Cavina (accreditato come coautore), visti in genere in scenari e storie più allegre e rassicuranti, una fiaba horror originale e irripetibile (se non da lui stesso).

Ha meno risalto all'epoca la versione del cinema di zombi di Pupi Avati, o il suo personalissimo Cimitero vivente, Zeder, ambientato tra Bologna, il ferrarese e Cesenatico, in cui il regista mette al centro della storia sulla ricerca di un misterioso terreno K in grado di riportare in vita i morti (che tali restano), Gabriele Lavia, già bravissimo interprete di Profondo rosso e a suo agio con l'horror. Una ex colonia fascista (la fittizia Spina) nasconde un luogo di esperimenti scientifici che coinvolge degli insospettabili. Anche in questo caso un misterioso prete spretato sembra essere la chiave di tutto. Criticato all'epoca per la mancanza di chiarezza della storia, rivisto oggi è invece un film che resta impresso per la qualità e la varietà delle suggestioni.

Per 13 anni, Avati si tiene lontano dal genere perseguendo le sue altre passioni, al cinema e in tv, finché nel 1996 realizza L'arcano incantatore, ambientato nel Settecento sull'Appennino emiliano, dove un giovane novizio che ha messo incinta e fatto abortire una ragazza viene mandato a far da segretario a un monsignore di ricca famiglia, che vive recluso e allontano dalla Chiesa per i suoi maneggi con l'occulto. Fantasmi, esoterismo, codici misteriosi, sepolture e omicidi: la morte torna a dettar legge in questo film affascinante che riecheggia in modo più intellettuale temi già affrontati da Avati e, anche per la statura attoriale di Carlo Cecchi, si impone, nonostante alcune debolezze, con la forza della sua visione del Buio in pieno secolo dei Lumi.

11 anni dopo, nel 2007, il regista cerca di trasportare la sua visione del cinema di paura in America, per la precisione nella città dell'amato trombettista Bix Beiderbecke, Davenport, nell'Ohio. Ma non giovano alla storia de Il nascondiglio né il composito cast internazionale, guidato da Laura Morante, né la sceneggiatura un po' tirata via. Difficile riconoscere la mano di Avati in questo divertissement che ricorre a luoghi comuni del genere (la casa gotica abitata da misteriose presenze, le vocine, un atroce fatto di sangue del passato che torna a infestare l'oggi), senza però mai riuscire a sorprendere lo spettatore, come aveva fatto in precedenza, perché, appunto, troppo prevedibile. Ma per fortuna il 22 agosto arriva al cinema Il Signor diavolo, con cui Pupi Avati ridà dignità e personalità alla figura principe del nostro immaginario nero, regalandoci un film d'epoca che riecheggia luoghi e temi a lui cari e che riesce, in nemmeno 90 minuti, a costruire una storia soprendente, che contiene anche il ritorno dei suoi storici protagonisti. Una visione al nero affascinante e oscura che fa appello, ancora una volta, alle radici contadine e alla presenza del mostruoso e del demoniaco in mezzo a noi (o almeno nell'Italia democristiana del 1952).  Per prepararvi alla visione del film vi offriamo questa clip esclusiva in cui il giovane omicida intepretato da  Filippo Franchini viene interrogato dal commissario Massimo Bonetti sull'antefatto della vicenda e dove incontriamo anche il prete (Lino Capolicchio), il sacrestano (Gianni Cavina) e, soprattutto, il Male (probabilmente).



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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