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Il rotoscoping : quando non esisteva la performance capture

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Una vecchia tecnica permetteva alla figura umana di diventare cartoon, prima dell'avvento del computer

Il rotoscoping : quando non esisteva la performance capture

Dopo Il Signore degli Anelli e soprattutto Avatar, è diventato abbastanza normale osservare personaggi digitali che si muovono riproducendo movimenti di attori. Questi ultimi indossano tute e sensori, atti a registrare i loro movimenti corporali e facciali, trasferendoli ai modelli in CGI dei loro personaggi virtuali: è il caso di Gollum o dei Na'vi di Avatar.

L'uso dei movimenti dal vero trasposti in animazione tuttavia è nato molto prima del computer, quasi agli albori del cartoon. A brevettarlo furono nel 1915 gli americani fratelli Fleischer, che l'utilizzarono per creare la loro serie Out of the Inkwell, con protagonista Koko the Clown: la ripresa dal vero veniva reinterpretata graficamente, fotogramma per fotogramma, restituendo una recitazione fisica della massima fludità ma più evocativa rispetto a una semplice ripresa.



Gli stessi Fleischer portarono la qualità di questa "reinterpretazione" ai massimi livelli, quando causarono la loro stessa bancarotta producendo la breve ma certosina serie di cortometraggi dedicati a Superman, proiettati nei cinema dal 1941 al 1943. Uno spettacolo da ammirare ancora oggi, perché i riferimenti dal vero si intuiscono ma non sono ricalcati passivamente.


Anni dopo l'uso del rotoscopio per alcune scene di Cenerentola della Disney lascia perplessi gli animatori: rifacendosi pedissequamente ai movimenti di una persona, si riduce il margine d'intervento per dare espressività al personaggio e deviare verso una rappresentazione fantastica più convincente.


La tecnica riaffiora negli anni Settanta, questa volta non più per cogliere l'essenza della realtà, ma per accelerare i tempi di lavorazione: se l'azione funziona nel girato dal vero, ricalcandola si otterrà un cartoon sì poco fantasioso, ma per lo meno convincente.
Lo spirito del rotoscoping è ora quello di "buona la prima", ma ciò non toglie che i risultati ottenuti dal regista Ralph Bakshi, sposati a contenuti provocatori, naif e tipici della controcultura, continuino a essere suggestivi. L'autore indipendente americano abbraccia il rotoscoping nel 1977 con Wizards, ma lo porta alle estreme conseguenze proprio con il suo Signore degli Anelli e American Pop.



Negli anni Ottanta la Filmation, casa di cartoon specializzata in serie molto economiche, usa il rotoscoping per vari cicli, tra cui He-Man e i dominatori dell'universo (1983). E' il periodo più nero per la storia dell'animazione occidentale: alla Disney la tradizione tecnica migliore resiste con difficoltà, la computer grafica è agli albori, la produzione televisiva si arrangia così come può.


Negli anni Novanta il lavoro di un artista come Gianluigi Toccafondo parte dal rotoscoping, per rielaborarlo pesantemente in funzione di una videoarte molto libera, suggestiva e quasi astratta. Il logo della Fandango è uno dei suoi lavori più diffusi, ma il cortometraggio La coda del 1989 è una buona sintesi della sua visione personale.



Negli anni Duemila l'avvento di software in grado di manipolare automaticamente le immagini porta il regista Richard Linklater a ripescare il rotoscopio per il visionario Waking Life (2001) e l'adattamento da Philip K. Dick, A Scanner Darkly - Un oscuro scrutare, con Keanu Reeves.



Partito perciò come strumento prezioso per la trasposizione del reale, diventato in seguito un escamotage per risparmiare, il rotoscopio sopravvive quindi ai giorni nostri con una funzione opposta a quella che aveva alla sua nascita: lo straniamento visionario, derivante dal corto circuito tra disegno e realtà.

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