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Il ritorno di Winona

Dall'incidente del furto in poi, la carriera di Winona Ryder sembra aver preso una nuova strada: ecco quale.


Negli anni delle Paris, delle Britney e delle Lindsay, fa quasi sorridere ripensare allo scandalo che vide protagonista Winona Ryder nel dicembre del 2001, quando fu arrestata per taccheggiamento all’uscita del grande magazzino Sachs Fifth Avenue di Beverly Hills e successivamente processata e condannata da un giudice californiano. Eppure quella vicenda – al di là delle implicazioni legali e di gossip – ha segnato uno spartiacque non indifferente (e persino interessante) nella carriera dell’attrice americana.
Nata il 29 ottobre del 1971 da una famiglia che contava tra gli amici personaggi del calibro di Timothy Leary, Allen Ginsberg e Lawrence Ferlinghetti, la Ryder diede inizio alla fine degli anni Ottanta ad una carriera che la portò in breve tempo a divenire una delle icone della cosiddetta Generazione X, quella ritratta da Douglas Coupland nel suo romanzo omonimo.
In quest’ottica, più che le pur ottime collaborazioni con Tim Burton in Beetlejuice – Spiritello porcello (1988) e in Edward mani di forbice (1990) – che comunque la resero celebre presso il grande pubblico – ha contato il ruolo da protagonista in Schegge di follia, il film di Michael Lehmann che nel 1989 fu tra i primi cult della X Generation.

Winona – che nel frattempo proprio sul set di Edward mani di forbice aveva conosciuto Johnny Depp, al quale rimarrà sentimentalmente legata per circa tre anni – prosegue la sua carriera alternando collaborazioni con grandi nomi del cinema contemporaneo, produzioni mainstream e film più piccoli ed orientati alla riaffermazione del suo ruolo di simbolo di una generazione: della prima categoria fanno parte titoli come il Dracula di Coppola (1992), L’età dell’innocenza di Scorsese (1993) e il Riccardo III di Al Pacino (1996); della seconda opere più che trascurabili come La casa degli spiriti (1993) e Piccole donne (1994); della terza piccoli e grandi cult di quegli anni come Taxisti di notte di Jim Jarmush (1991) e Giovani, carini e disoccupati di Ben Stiller (1994).


Il finire degli anni Novanta è segnato principalmente da tre film: la Ryder viene scelta come erede ideali di Sigourney Weaver in Alien – La clonazione (1997), lavora con Woody Allen in Celebrity (1998) ed è la stella del cast tutto al femminile di Ragazze interrotte di James Mangold (1999). Da qui prenderà il via un leggero declino nella carriera dell’attrice, complici scelte opinabili (si legga Autumn in New York e Lost Souls – La profezia, entrambi del 2000), e chissà se proprio in questo declino sia possibile leggere una causa (o per converso un effetto) del malessere interiore che porterà Winona al famigerato furto.

Fatto sta che dopo il fattaccio e le sue conseguenze penali e legali, qualcosa è cambiato nella carriera di Winona Ryder: o meglio, sembrano essere cambiati i criteri con i quali l’attrice sceglie i film e i ruoli da interpretare. Dopo un paio di anni di silenzio, il primo film che ha visto tornare la Ryder sul set è stato Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, il film di Asia Argento del 2004 basato sull’omonimo romanzo dell’inesistente J.T. Leroy nel quale l’attrice aveva un piccolo ruolo, seguito a ruota da un’altra produzione indipendente, quella di The Darwin Awards (2005), nel quale era invece la protagonista principale e nel quale appariva anche l’amico Ferlinghetti. Sono poi venuti A Scanner Darkly di Linklater (2006), l’inedito The Ten (2007) e quel Tutti i numeri del sesso in uscita in questi giorni (e tra l’altro sceneggiato dallo stesso scrittore di Schegge di follia, Daniel Waters), più un altro inedito, The Last World: al di là di giudizi di valore, tutti film di produzione indipendente e di nicchia, nei quali la Ryder interpreta personaggi bizzarri.


L’impressione è quindi che l’attrice abbia cercato di mettere da parte lo statuto che Hollywood pareva averle imposto, tenendosi lontana dai riflettori e cercando invece di far evolvere l’aspetto di icona indie che comunque aveva già affermato parallelamente nella prima parte della sua carriera, pur rifuggendo ogni forma di divismo, per quanto underground. O forse, provata da un mondo che comunque mette a dura prova i caratteri dei suoi protagonisti, ha semplicemente deciso d’inseguire quel che la incuriosisce davvero.
Che si tratti dell’una o dell’altra cosa, o di una combinazione delle due, o di altro, quel che è certo è che la Ryder sembra nuovamente a suo agio con il cinema e con sé stessa. E che presto la vedremo sia in un’altra produzione indipendente (The Informers di Gregor Jordan, thriller basato su una serie di racconti di Bret Easton Ellis) che in un film decisamente più mainstream – ma sulla carta di certo non meno interessante – come lo Star Trek che sarà firmato dal Re Mida dell’audiovisivo contemporaneo J.J. Abrams.

f.g.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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