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Il ragazzo del '96 tornato nell'89: Matteo Gatta ci racconta Est - Dittatura Last Minute

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Est - Dittatura Last Minute, che narra una storia vera, è disponibile da oggi sulle principali piattaforme streaming. Abbiamo intervistato uno dei protagonisti, il romagnolo Matteo Gatta. Vi facciamo vedere anche una clip in esclusiva.

Il ragazzo del '96 tornato nell'89: Matteo Gatta ci racconta Est - Dittatura Last Minute

Nell'autunno del 1989, a poche settimane dalla caduta del muro di Berlino, tre ragazzi di 24 anni partono da Cesena alla volta dell'Ungheria e, per una strana circostanza legata a una misteriosa valigia, vanno nella Romania di Ceaușescu, un paese povero, grigio, vinto e spaventato dove trovano generosità, calore e un'umanità che non ha mai perso la propria dignità. Questa storia un po’ vintage è realmente accaduta e ce la racconta oggi Est - Dittatura Last Minute, un road movie a bordo di una vecchia auto scassata diretto da Antonio Pisu e tratto dal libro "Addio Ceausescu" scritto da due dei protagonisti della vicenda reale: Maurizio Paganelli detto Pago e Andrea Riceputi detto Rice, che hanno anche prodotto il film.

Est - Dittatura Last Minute è stato presentato alla settantasettesima Mostra del Cinema di Venezia e da oggi, 5 febbraio, è disponibile sulle principali piattaforme streaming. I protagonisti sono Lodo Guenzi, Jacopo Costantini e Matteo Gatta. Abbiamo intervistato il terzo, che viene da Ravenna e ha alle spalle una formazione di attore teatrale. E’ alla sua prima esperienza davanti alla macchina da presa e si è tuffato volentieri in un'epoca storica in cui soffiava il vento del cambiamento e i viaggi erano zingarate piene di imprevisti e occasione per varcare confini all'apparenza invalicabili.
Via Zoom, Matteo ci ha spiegato innanzitutto il suo passaggio dalle tavole del palcoscenico a un set cinematografico.

"Mi dicevano tutti che il passaggio dal teatro al cinema sarebbe stato molto naturale, come se il teatro fosse una sorta di palestra per arrivare al cinema. In verità a me sono sembrate due realtà molto diverse proprio per il tipo di attore che devi essere, perché a teatro fai prove per un mese e poi vai in scena, e in quel mese ti concentri unicamente sullo spettacolo e dalla mattina alla sera lavori in maniera organica per arrivare a costruire qualcosa di cui nessuno vede niente finché non si va in scena. Poi improvvisamente vai in scena, e allora, sera dopo sera, porti sul palcoscenico il frutto del tuo lungo impegno. Per questo film abbiamo avuto il privilegio di poter fare un po’ di prove, però Antonio ci ha detto che è una cosa che non succede mai. Con Lodo e Jacopo ci siamo incontrati a Bologna e abbiamo avuto 4 o 5 giorni per prepararci. Dopodiché siamo partiti. Quando lavori per il cinema, magari cominci dall'ultima scena, e infatti l’ultima scena del film è stata una delle primissime che ho fatto. Inoltre capita spesso che, dopo aver girato la sequenza conclusiva di un film, riparti dalla prima scena, e magari le ripeti entrambe nella stessa giornata, e quindi manca la coerenza che c'è nel teatro. Insomma devi essere molto più elastico quando fai l'attore di cinema, ti devi saper accendere e spegnere in un secondo, devi riuscire a ingannare". 

Hai avuto la fortuna di entrare nel mondo del cinema attraverso una storia bella e coinvolgente. Cosa ti è piaciuto fin dall'inizio dei tre personaggi che la portano avanti, Pago, Rice e Bibi?
Adoro avere la possibilità di misurarmi con personaggi che non hanno nulla di artificiale, proprio come i tre protagonisti di Est, che sono naturali, profondamente umani e già con i loro vizi e le loro inquietudini nonostante la giovanissima età. In questo senso Pago mi piaceva molto proprio perché mi dava la possibilità di far trasparire anche una sorta di malinconia. In fondo Pago ha qualcosa di di irrisolto, se comparato a Rice e Bibi, perché Rice e Bibi sono due chiacchieroni, mentre lui è un silenzioso. E questa sua caratteristica poteva venir fuori bene in un film, attraverso gli sguardi e i momenti di silenzio. Sono cose che funzionano al cinema, ed è molto bello poter restituire in ogni momento, anche in una pausa, la complessità del tuo personaggio. Infine mi fa ridere tanto il fatto che i tre protagonisti siano romagnolissimi, perché io sono l'unico romagnolo del cast. Jacopo è di Perugia, quindi ha dovuto studiare l’accento, mentre Lodo è di Bologna, però, come diciamo spesso noi romagnoli, Bologna è più lontana dalla Romagna di Perugia.

Sei del 1996, quindi non eri ancora nato quando il muro di Berlino è stato abbattuto. Chi ti ha raccontato della fine degli anni '80?
Degli anni '80 in Italia mi è stato raccontato tanto dai genitori e dai nonni. Non sapevo invece quasi nulla sulla situazione europea. Questa cosa del Muro di Berlino è pazzesca a pensarci bene. E’ vicinissima, eppure inimmaginabile per chi è nato subito dopo. A portarmi nelle atmosfere di quegli anni sono stati i veri Paganelli e Riceputi, che sono sempre stati con noi durante le riprese. Dai loro occhi traspariva la passione per quel periodo, ricordavano ogni minimo dettaglio di quell'esperienza, e infatti il giubbotto che avevo era esattamente quello che indossava Pago quando è andato a fare quel viaggio. I veri Pago e Rice hanno gelosamente conservato tutto. 

Nel 1989, anche se erano passati 21 anni dal '68 e in Italia avevamo vissuto l'epoca molle del rampantismo yuppie, i ragazzi erano ancora convinti di poter cambiare il mondo, di fare la rivoluzione. La tua generazione ha qualcosa di quell'entusiasmo?
Se prima c'era una sorta di spinta, soprattutto dopo la caduta del muro, ora molte cose sono veramente possibili e non ci sono più limiti e confini, e si può andare quasi ovunque. Faccio parte di una generazione che ha avuto il mondo già a portata di mano, nel senso che nulla ci è stato nascosto. Oggi ogni notizia ci arriva immediatamente a casa, possiamo entrare tranquillamente in contatto con una persona che sta dall'altra parte del mondo. Tutto ciò ci ha tolto delle possibilità, e forse è per questo che ho sempre sentito la necessità di trovare un mio centro, mi è mancato per tutta la vita, probabilmente perché essere nato in un momento in cui tutto è accessibile mi ha spinto a domandarsi: che cosa voglio di tutte queste cose qua?

La fine degli anni '80 fa parte della cosiddetta epoca analogica, mentre ora siamo nell'epoca digitale. Ti sarebbe piaciuto vivere quando non c'erano né internet né il cellulari?
Chiunque abbia Instagram e Facebook secondo me pensa spesso: e se me li levassero adesso o domani, cosa farei? Un mio amico da poco si è tolto anche da WhatsApp perché ha deciso di essere radicale, non so se sia tornato alla cabina telefonica… Certamente non sono un nostalgico dei bei tempi in cui non sono vissuto e in cui non c'era la tecnologia, però ho letto tempo fa un saggio molto famoso di Baricco che parlava di come si sia trasformato nel tempo il concetto di noia, e del fatto che una volta la noia non era contemplata, nel senso che stavi senza far niente ma non ti annoiavi, semplicemente esistevi e il tempo passava. Invece oggi stare senza far niente viene percepito come una perdita di tempo. Se non hai un video davanti, o se non hai un messaggio a cui stai rispondendo, ti senti inutile, e quindi mi chiedo: se non avessi mai avuto questi continui imput mentali, sarei capace di godermi il tempo in una dimensione diversa?

Nel film Rice, Pago e Bibi incontrano una donna che dice che i ricordi e la speranza non hanno prezzo e che rimpiange il tempo prima della dittatura. Quale cosa che i vari lockdown ci hanno tolto secondo te non ha prezzo? Cosa ti manca di più?
Sarà una cosa superficiale, ma l'altro giorno pensavo: cosa darei oggi per andare in discoteca a ballare. Altre persone ti diranno che hanno nostalgia di cose profondissime. A me manca proprio andare a ballare, forse perché sono romagnolo e questa cosa ce l'ho nel sangue. Inoltre mi manca stare in mezzo alla gente, adesso mi sento un criminale quando sono fra le persone, e quanto vorrei che si creasse di nuovo quel calore, quel divertimento che c'era prima quando si iniziava a conoscersi. Oggi, quando incontri uno sconosciuto, se gli stringi la mano sembra che stai commettendo un omicidio, invece una volta era la barriera da superare. E’ la questione del privilegio, che non ti rendi conto di avere mentre ce l'hai. In fondo è il tema di Est, in cui i personaggi, una volta tornati a casa, si accorgono che tutto è diverso e vedono con occhi nuovi ciò che prima sembrava vecchio. 

Hai trascorso diverso tempo in Romania, a Bucarest per esempio. Si avverte ancora il dolore dell'epoca di Ceaușescu?
E’ una roba clamorosa, è come se ci fosse una gigantesca rimozione collettiva. Il primo giorno in cui siamo stati a Brașov, abbiamo girato la scena dove siamo alle poste che parliamo al telefono e poi io esco e Lodo racconta dei suoi genitori che non si amano più. Avevamo attaccato un ritratto di Ceaușescu alle pareti esterne e la gente passava e ovviamente non sapeva di trovarsi su un set cinematografico, e quando vedeva il ritratto, non c'era una persona che non impallidisse. In Romania hanno ancora paura, non vogliono sentir parlare della dittatura, io non ho mai sentito nominare Ceaușescu mentre ero là, è un tabu, eppure quegli anni terribili li vedi: nei palazzoni disabitati, nella miseria che c’è per strada. In Romania la gente adesso vuole solo cercare di creare un mondo dove le nuove generazioni possano vivere senza il ricordo di quel periodo buio.

Torniamo ad argomenti più leggeri: com'è andata con la macchina del film? E’ il tuo personaggio che la guida…
Ci tengo a dire che ho sgommato 2 volte. La macchina era tremenda perché bisognava sempre tenere il gas acceso. Mi dicono che una volta si guidava così, dovevi sempre premere sull'acceleratore. Appena andavo in retromarcia la macchina si spegneva, nel passaggio dal folle alla retromarcia si spegneva, andava lentissima, faceva sempre un rumore incredibile, impiegava una vita a riscaldarsi e, come se non bastasse, c'era un finestrino bloccato. Però mi sono affezionato, come ci si affeziona ai catorci che guidi per una vita o a una vecchia zia.

Concludiamo con una domanda di rito: quando hai sentito per la prima volta il desiderio di fare l'attore?
Ho ritrovato, frugando fra le mie vecchie cose, una carta d'identità falsa, di quelle che ti fanno fare per gioco alle elementari. C'era scritto "Matteo Gatta" e, più sotto "Da grande voglio fare l'attore o il campione di scherma", perché all'epoca facevo scherma. Mi è andata malissimo con la scherma, però è andata bene con la recitazione. Alle elementari facevo gli spettacoli con le suore, in terza elementare ho interpretato il lupo di San Francesco. Più tardi ho continuato a recitare in parrocchia grazie a una filodrammatica che lavorava con noi, e a quel punto è nata in me una vera e propria passione, e poi al liceo ho conosciuto il Teatro delle albe. E’ stata un'esperienza illuminante, sono entrato in contatto con veri attori e veri registi e sono finito a far teatro perché veramente non avrei saputo cos'altro fare nella vita.

Est - Dittatura Last Minute è dunque disponibile da oggi su Sky Prima fila, Amazon Prime Video, Apple TV, Infinity, Chili, Rakuten, Google Play, CG entertainment, Vativision e #iorestoinsala. Del film, che vi consigliamo di vedere per la sua freschezza, la sua aura vagamente nostalgica, la sua rappresentazione dell'amicizia e per i suoi ottimi interpreti, vi vogliamo mostrare una clip in esclusiva.

La foto non di scena di Matteo Gatta è di Lucia Sabatelli.

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