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Il primo giorno della mia vita: Paolo Genovese e il cast presentano l'altra parte de La vita è meravigliosa

Esce il 26 gennaio Il primo giorno della mia vita, il film di Paolo Genovese con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Margherita Buy e Sara Serraiocco. Tutti insieme hanno presentato il film questa mattina, parlando di seconde possibilità, felicità e nostalgia.

Il primo giorno della mia vita: Paolo Genovese e il cast presentano l'altra parte de La vita è meravigliosa

Eravamo a un Festival in Sardegna, un paio anni prima dello scoppio della pandemia, quando abbiamo intervistato Paolo Genovese sul suo romanzo "Il primo giorno della mia vita". Il libro era uscito da poche settimane ed era già chiaro che sarebbe approdato al cinema, diventando forse una coproduzione che avrebbe portato il regista di Perfetti sconosciuti a girare a New York, città in cui si svolge la vicenda.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quella ventosa giornata di giugno, e la storia di un uomo misterioso che regala a quattro persone che hanno deciso di farla finita altri sette giorni per poter cambiare idea è diventata un film italiano destinato non alle piattaforme streaming ma alla sala. Il debutto è previsto per il 26 gennaio e il titolo è rimasto lo stesso. Anche gli attori sono italiani, e alcuni di loro hanno incontrato la stampa questa mattina dopo una proiezione al Cinema Barberini di Roma, in una sala verde come la speranza, che in questo caso è l’augurio che sempre più persone sentano il desiderio di recarsi al cinema.

Insieme a Paolo Genovese c'erano Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Margherita Buy, Sara Serraiocco e il giovanissimo Gabriele Cristini, e per prima cosa Genovese ha parlato dell'idea de Il primo giorno della mia vita: "Il primo seme di questo film è un evento curioso, un documentario molto interessante intitolato The Bridge. Il regista ha messo una telecamera sul Golden Gate Bridge di San Francisco e l'ha lasciata là per un anno. Dovete sapere che il Golden Gate Bridge è il ponte dove si registra il maggior numero di suicidi al mondo. Il documentarista ha ripreso tutte le persone che sono saltate giù, andando poi a intervistare chi si è salvato. Il fatto curioso che ha colpito la mia immaginazione è che la quasi totalità dei sopravvissuti ha raccontato che, nei 7 secondi che separano il salto dall'entrata in acqua, ha provato un senso di pentimento, un desiderio di tornare indietro, insomma di ottenere una seconda possibilità. Così i 7 secondi sono diventati una settimana e, insieme ai miei co-sceneggiatori, ho costruito intorno a questi sette giorni dei personaggi e una drammaturgia, però tutto prende origine da quei 7 secondi e dalla domanda: perché qualcuno che arriva a fare una scelta così estrema un istante dopo si pente? E come si fa a evitare quella scelta estrema? Come ci si salva?".

A spingere Paolo Genovese alla scrittura e all'invenzione è stato anche l'elemento che legava i suicidi falliti californiani al tema delle seconde possibilità, che è uno dei motivi ricorrenti della sua filmografia. Negli Stati Uniti ci sono le what if comedy che parlano di personaggi alle prese con una seconda chance. Qui non siamo esattamente nel territorio della commedia, ma il desiderio di una via alternativa è sempre lo stesso: "Penso che chiunque di noi abbia desiderato di aver scelto diversamente almeno una volta nella vita" - dice il regista. "Ci capita di pensare come sarebbe stata l'esistenza se avessimo fatto questo invece di quello, se fossimo andati da una parte e non da un'altra: se, se, se, la vita è piena di se, e a me piace soffermarmi su situazioni, anche irreali, da cui sia possibile tornare indietro".

Quando una scelta è repentina e drastica, si ignorano completamente le sue possibili conseguenze, e allora serve qualcuno che ci aiuti a riflettere. Ne Il primo giorno della mia vita questo qualcuno è il personaggio interpretato da Toni Servillo, che non ha un nome e che potrebbe essere un angelo, un fantasma o chissà cosa. L'attore ha accettato subito il ruolo, anche se all'inizio era un po’ spiazzato: "È sempre un bene non trovarsi completamente a proprio agio nel personaggio che si abbraccia, perché la difficoltà spesso si traduce in passione, in accanimento. Insomma non era facile per me resistere alla tentazione di un regista come Paolo che ti offre un personaggio che si chiama l'Uomo, che ha una natura ultraterrena ma delle caratteristiche molto terrene, che domanda con molto pudore a queste persone di dargli retta perché conosce profondamente certe difficoltà, certi ostacoli, certi momenti drammatici della vita. È piuttosto anonimo il mio personaggio, che potrebbe rappresentare una parte profonda di questi quattro individui che non è mai venuta a galla, oppure che ha sempre resistito, per mancanza di coraggio, alle opportunità che l'esistenza di tanto in tanto offre. L’Uomo mette insieme delle solitudini positive, che non coincidono più con quella solitudine negativa in cui i pensieri che fai sono i pensieri di altri e i desideri che hai sono quelli di altri".

I quattro personaggi che l’Uomo cerca di convincere a non suicidarsi sono un motivatore di nome Napoleone che è vittima del male di vivere, la poliziotta Arianna che ha perso la figlia sedicenne, un bambino bullizzato che non si sente compreso dai genitori e una ginnasta olimpionica inchiodata su una sedia a rotelle. A interpretare il primo è Valerio Mastandrea, già diretto da Paolo Genovese in Perfetti sconosciuti e The Place. L'attore ha avuto in sorte il personaggio più cupo e problematico della storia, che non sempre ha sentito vicino a sé: "Ho difficoltà a parlare del mio personaggio, mi ha messo a disagio prima e dopo le riprese, non durante, perché poi quando si gioca si gioca, e ci si diverte anche. Ho cercato il più possibile di contribuire a raccontare una storia di cinema senza essere depositario di verità, indicatore di soluzioni. Ho avuto il pudore di rispettare quel senso inspiegabile di perdita e di catastrofe che una persona può incontrare nella sua vita, e quindi con Paolo abbiamo chiacchierato tanto. Il mio era forse il personaggio più complesso, o semplicemente non riuscivo ad avvicinarmi a lui in maniera normale, naturale, come di solito faccio. E quindi ripetevo spesso a Paolo: 'Cerchiamo di non essere retorici”.

È sempre meravigliosamente ironico e autoironico Mastandrea, che dice la sua anche su uno dei temi fondamentali del film: la felicità: "Credo che una persona sia felice nel momento in cui ricorda di esserlo stata. Non è mai felice nell'istante stesso, ma un attimo dopo che la felicità è finita. Penso che la nostalgia di cui il film parla si riferisca proprio a questo. Personalmente ho nostalgia di cose che non ho vissuto, quindi è una nostalgia paradossale. Per esempio ho nostalgia del cinema degli anni '60. Ma nostalgia di che? Neanche c'ero. Però forse del fatto che quel cinema là non l'ho mai fatto, e che mi sarebbe piaciuto esserci. Ma di questo si parla una volta a settimana, per un'ora, in uno studio, quindi è tutto sotto controllo".

Anche Toni Servillo dice la sua sulla felicità, ed è un'ottima cosa, perché raramente l'attore si lascia andare a qualcosa di personale: "A volte la felicità passa e non te ne accorgi nemmeno. C'è una frase che nel tempo viene attribuita ora a un attore, ora a un cantante, ora un filosofo: 'La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a occuparti di altro'. In realtà, il personaggio dell'Uomo fa in modo che venga meno quest'affannosa ricerca in cui ti occupi di cose che in fondo non ti riguardano, perché non ti accorgi essere preda di quella condizione di ignavia sentimentale che ci porta a essere tutti invidiosi di tutti".

A impersonare invece la poliziotta Arianna è Margherita Buy, particolarmente a fuoco in questa sua interpretazione. L'attrice si dice contenta di calarsi in una parte che è stata spunto di tante riflessioni: "La cosa peggiore che può capitare nella vita a una donna è perdere un figlio, e perderlo in una maniera incomprensibile: per una malattia, una casualità. Arianna non solo ha voglia di non esserci più, ma è anche piena di rabbia, una rabbia che sfoga contro l'Uomo, che rappresenta in fondo l'interrogativo della vita e della morte, qualcosa che non sai cosa sia. Arianna è un personaggio che si porta sempre dietro un dolore, tutto il giorno, tutti i giorni, e che ha paura di perderlo. Sono entrata dentro a questa sofferenza e ne sono uscita, però noi cinque attori abbiamo vissuto un'esperienza che ci ha portati a farci molte domande. È stato un set di crescita, di grandi riflessioni, perché il tema del suicidio è un tema scomodo, è un tabù, non si affronta mai perché si ha paura di farlo, perché viviamo in una società cattolica. Penso che Il primo giorno della mia vita, in questo senso, sia una grande apertura. Questi compagni di viaggio che a un certo punto si danno man forte ci fanno pensare che parlare con gli altri ci può aiutare a capire meglio anche il nostro momento storico. È stato un percorso complicato fare questo film. Sono stata malissimo sul set, l'ho odiato, pioveva e faceva freddo, e ho avuto anche il Covid dopo le riprese, ma alla fine è stata un'esperienza meravigliosa".

Le parole di Margherita Buy sul dolore, insieme a una battuta di Arianna, hanno colpito molto Sara Serraiocco, che interpreta la ginnasta in sedia a rotelle e che dice: "Il tempo porta via il dolore è una frase che mi ha fatto molto pensare, perché il dolore è qualcosa di tangibile e quindi vuoi viverlo. Quando però andrà via, non ci sarà più niente, il che forse è peggio".

Quanto a Emilia, che nella vita è sempre arrivata seconda, la Serraiocco la vede così: "Emilia vive una condizione particolare, perché viene da un ambiente agonistico, e quindi il personaggio rappresenta una società che ci vuole sempre perfetti, sempre pronti, sempre primi, e questo la porta a vivere una profonda insofferenza. La sua grande risorsa e via d'uscita saranno gli altri".

Dopo aver visto Il primo giorno della mia vita non si può non pensare a La vita è meravigliosa, in cui a un James Stewart che vuole morire un angelo fa vedere come sarebbe stata la vita delle persone della sua città se lui non fosse mai esistito. Sul rapporto fra il suo film e quello di Frank Capra si sofferma, a ragione, Paolo Genovese: "Dai fratelli Lumière a oggi, sono stati trattati tutti i temi, è difficile trovare qualcosa nuovo, e allora è giusto aggiornare il tema con il momento storico. Probabilmente questo film è complementare a quello di Frank Capra. Il primo giorno della mia vita racconta l'altra parte de La vita è meravigliosa. Là, l'angelo faceva riflettere Jimmy Stewart su come sarebbe stata la vita se lui non fosse mai nato, e così facendo le dà un senso. Qui, invece, il personaggio di Toni è proiettato verso il futuro e fa vedere ai quattro che si sono suicidati cosa potrebbe succedere nell'esistenza di ciascuno di loro. La vita non è bella o brutta - dice l'Uomo - ma va avanti, e durante questo andare avanti può succedere qualunque cosa. Ne La vita è meravigliosa c'è un fissare i ricordi dando loro un senso. Nel mio film il senso sono le mille sfumature che la vita può avere. Non promette nulla il personaggio di Toni, ma ipotizza, cerca di far riflettere, tenta di far rinascere la speranza, accompagnandola a un altro sentimento fondamentale: la nostalgia, che filtra il nostro passato togliendo le parti brutte per lasciare solo le parti belle".

Sia il romanzo "Il primo giorno della mia vita" che la sua trasposizione cinematografica rispondono a un bisogno continuo di analisi e autoanalisi di Paolo Genovese, che ha cambiato il tono delle sue storie: "La scrittura delle mie ultime tre sceneggiatura è stata lunga, probabilmente è diventato fondamentale per me buttare dentro ai miei film tematiche profonde. Qui volevo confrontarmi con un altro tema caro a chiunque, che si riassume nella domanda: quando tocchiamo il fondo, cosa potrebbe risollevarci? Prima ho fatto una serie di commedie, poi è subentrata una vena drammatica. Abbiamo avuto paura a scrivere questa sceneggiatura. Ci siamo interrogati tanto, l'abbiamo riscritta molte volte, abbiamo buttato interi capitoli, intere storie, ci siamo interrogati sul rischio di essere banali e supponenti, che è enorme quando si parla del senso della vita, però, dopo tanti anni di lavoro, il fatto di dedicarci a qualcosa che un po’ ci spaventa, che ci toglie dalla comfort zone, è probabilmente lo stimolo per fare bene".

Distribuito da Medusa Film, Il primo giorno della mia vita è stato girato a Roma vicino alla Stazione Termini. Solo chi conosce bene la città la riconoscerà, ma la capitale del nostro paese appare nel film come un posto senza tempo, a volte magico e a volte cupo, ostile, notturno, sempre e comunque sfondo di una vicenda universale ed emblematica. Accanto agli attori che hanno partecipato all'incontro stampa, troviamo nel film Giorgio Tirabassi, Thomas Trabacchi, Vittoria Puccini, Lino Guanciale, Elena Lietti, Antonio Gerardi e Lidia Vitale.

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