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Il lunedì è lunedì per tutti: anche per il Festival di Venezia

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Nadir del concorso con The Endless River, Amos Gitai non cattura con il suo film sull'omicidio di Rabin.

Il lunedì è lunedì per tutti: anche per il Festival di Venezia

Forse l'ho già detto, ma a cena (quando riesci a andarci), al Festival di Venezia ci vai necessariamente dopo la proiezione stampa delle 19:30. Il che vuol dire, per un motivo o per un altro, che spesso non arrivi al ristorante prima delle 22; potete ben capire, allora, quanto sia frustrante sentirsi rispondere da un cameriere, alle undici meno un quarto, che "no, i secondi proprio non riesco a farveli". Anche perché tu hai provato a ordinarli almeno un quarto d'ora prima prima, i secondi, e lo stesso cameriere ti aveva detto "sì, sì, adesso arrivo" per poi sparire nel nulla; il tutto dopo averti fatto attendere una vita prima di ordinare, e averti rifilato uno scarno tris di primi al posto di quel che volevi tu perché "sta finendo praticamente tutto." Poi, quando dopo un altro quarto d'ora a malapena riesci a farti portare una fetta di torta, e vedi comunque consegnare tre fritture al tavolo a fianco, ecco: ti girano un po' le scatole. Paghi lo stesso, nonostante non ci sia nemmeno la possibilità di farlo col bancomat, ma ti girano un po' le scatole.

C'è da dire che magari non eri ben disposto già da prima, perché riponevi nella cena le speranze di riscatto della serata, reduce dalla visione di un nuovo nadir del concorso veneziano.
Alla fine di The Endless River - il film sudafricano in questione, non l'omonimo album dei Pink Floyd - ai fischi si è aggiunto un grido: "Incompetente!", ha detto qualcuno con un accento sudamericano. Ora, non è bello dare in escandescenze in questo modo, e bisogna sempre avere rispetto per il lavoro altrui, ma certo che il 32enne Oliver Hermanus ha fatto davvero di tutto per indispettire il suo pubblico.
Dopo titoli di testa alla western anni Cinquanta, parte lentissima una storia che fa incontrare un francese cui ammazzano brutalmente la famiglia e la giovane moglie di un ex carcerato, sospettato di essere uno dei responsabili del massacro. Poi, dopo che un poliziotto depresso passa informazioni al francese, l'ex carcerato muore misteriosamente, e i due partono assieme per un viaggio fatto di fuga dal passato e dalla possibilità di un amore. Il fatto è che, oltre agli eventi chiave qui riassunti, nei 109 minuti del film non succede proprio niente altro. Hermanus tenta di dare un tono elegiaco al suo film finendo solo con l'essere pedante, mentre i suo attori recitano sempre con una gravità manieristica addosso che infastidisce. Per carità, belle le vedute, come si diceva una volta: ma anche loro gravate dal solito ridondante commento musicale e da una fotografia insipida e scialba. Onestamente, non si capisce proprio cosa ci faccia in concorso un film del genere.



A questa domanda, oggi, se ne aggiunge un'altra, sulle frequenze di Radio Lido: la domanda "perché Non essere cattivo non è in concorso?". Una domanda la cui risposta si annida con tutta probabilità nei non facili meccanismi di selezione di un grande festival, che comprendono non solo la qualità del prodotto ma anche più complesse questioni che devono tenere conto di equilibri e soprattutto di tempi e tempistiche. Fatto sta, che il film postumo di Claudio Caligari non avrebbe affatto sfigurato nella competizione principale, e che comunque è bello vederlo presente al Festival di Venezia: il perché lo spiego nella mia recensione che trovate a questo link.

Ancora a proposito di concorso, Amos Gitai è uno di quelli noti per essere piuttosto insistenti quando si tratta di tentare di fare accettare i suoi film nelle varie competizioni: e anche quest'anno l'israeliano l'ha spuntata, riuscendo a portare a Venezia il suo Rabin, the Last Day, ricostruzione a-la-JFK dell'omicidio del Primo Ministro d'Israele avvenuto il 4 novembre del 1995 a Tel Aviv, per mano di un estremista di destra contrario al disegno di pace che il governo stava cercando di portare avanti. Gitai, per raccontare la morte di Rabin, sceglie di mescolare ricostruzioni fiction, immagini di repertori e interviste, di dare campo libero all'incontinenza di parole e movimenti di macchina, tanto che il suo film dura la bellezza di 153 lunghissimi minuti, fiaccando la resistenza dello spettatore più interessato al tema. Didascalico nei momenti documentari, un po' piatto in quelli di ricostruzione, anche il film di Gitai è insomma un altro titolo non memorabile tra quelli presentati qui a Venezia, la cui proiezione del mattino era peraltro partita senza sottotitoli inglesi, suscitando indignate proteste da parte di tutti quei giornalisti che non masticano l'ebraico o l'italiano.



Ma in fondo sono cose che succedono, non siate cattivi. E poi il lunedì è lunedì per tutti, anche per il Festival di Venezia. Fuori c'è comunque il sole, un venticello fresco che sa già di autunno, e domani arrivano Bellocchio e Charlie Kaufman. Domani, lo diceva bene Rossella, è un altro giorno.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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