Il Locarno Festival 2017 prosegue raccontando diverse sfumature di marginalità

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Il Locarno Festival 2017 prosegue raccontando diverse sfumature di marginalità

Il Festival di Locarno sta raccontando negli ultimi giorni varie sfumature di marginali, quando non sconfitti. Dopo l’omaggio struggente al non protagonista per eccellenza, Harry Dean Stanton, regala il ritratto davvero riuscito di un pugile molto più avvezzo alla sconfitta che alla vittoria. Mathieu Kassovitz è l’ottimo protagonista di Sparring, la storia del 45enne Steve, pugile dal record imbarazzante: 13 vittorie e 36 sconfitte. Ma a lui piace: ‘cosa? Prendere cazzotti?’, gli chiede qualcuno; lui non sa rispondere seriamente, sa che quando sale sul ring si sente a casa, anche se non vince da tre anni e ne prende così tante. Ha una moglie e due figli, vive a Le Havre, in Normandia, vicino al mare, e gli servono soldi per pagare un pianoforte alla figlia che prende lezioni e promette di avere “quel qualcosa”, leggi talento, che lui non ha mai avuto sul ring.

Arriva l’occasione, apparentemente giusta, quella di fare da sparring partner per un grande pugile francese che si allena in città per il suo ritorno molto atteso, dopo la prima sconfitta per k.o. Il problema è che lo sparring ne prende tanti, è praticamente un punchball, e lui ha un record da impallidire, rispetto agli altri due pugili scelti per favorire l’allenamento del campione, interpretato da un vero ex pugile di successo, Souleymane M'baye. All’inizio viene scartato, ma cerca di resistere a tutti i costi, perché ha una cosa da offrirgli: conosce il suo forte sfidante, per averlo affrontato - ovviamente perdendo - anni prima, ma soprattutto perché conosce la situazione psicologica in cui il pugile si trova. È stato per la prima volta messo al tappeto, e lui sa cosa voglia dire, sa che ha paura per la prima volta di prendere tanti cazzotti, di farsi mare, di tornare al tappeto; perché c’è un prima e un dopo.

Sparring è l’opera prima dell’attore Samuel Jouy, anche doppiatore in francese di Ryan Gosling in Solo dio perdona. Un film sugli sconfitti, su quegli sconosciuti pugili che in carriera le hanno molto più prese che date, continuando nonostante tutto a combattere, per amore dello sport, o forse solo per la dipendenza dagli odori e le emozioni di chi sale sul ring, anche su palcoscenici periferici. Louy evita quasi ogni luogo comune spettacolare del cinema sul pugilato, e regala un ritratto credibile e coinvolgente dell’ossessione di un uomo comune per uno sport che adora tanto da volerlo fare a tutti i costi, pur senza avere talento. Un omaggio che può valere per tanti sportivi, i mediani che si allenano come matti per sopperire alle mancanze di madre natura, per rendere orgogliosi moglie e figli. Kassovitz è perfetto per questo pugile suonato e malinconico, razionale e mai domo, senza esagerare. In una delle sue migliori interpretazioni dà il giusto tono a Steve, mentre Jouy riesce a rendere una vicenda molto classica senza banalizzarla con una redenzione fuori scala, ma con la ricerca di una vittoria, in fondo marginale, per dimostrare alla sua famiglia, prima che a se stesso, che è valsa la pena si prenderne così tante.

Restando alla marginalità degli (apparenti) sconfitti della vita, ancora dalla Francia arriva il nuovo film di Samuel Benchetrit, apprezzato da queste parti una decina d’anni fa per la deliziosa commedia in bianco e nero, purtroppo inedita da noi, J’ai toujours rêvé d’être un gangster. La protagonista, all’epoca compagna e madre della figlia, era Anna Mouglalis. Ora, dopo aver proseguito in parallelo una carriera di scrittore, oltre che di regista, adatta un suo romanzo, Chien, affidandosi a una delle maschere più convincenti del nuovo cinema francese di questi anni, Vincent Macaigne, insieme alla nuova compagna, Vanessa Paradis. Un paio d’anni fa, con il riuscito Il condominio dei cuori infranti, Benchetrit aveva iniziato un percorso stilistico affascinante, giocato su tonalità surreali, un certo grigiore esistenziale attenuato dall’ironia di situazione, sulla falsariga del cinema nel nord di un Kaurismaki.

In Chien mette in scena un uomo, Jacques Blanchot, che perde tutto: la moglie (Vanessa Paradis), che gli chiede sostanzialmente di sparire, “perché sei portatore di una malattia tutta tua, con il tuo nome, che mi provoca un prurito devastante e devasta la pelle”, la casa, presto anche il lavoro. Il mondo intorno a lui è sempre più lontano, lui si concentra sempre più su un suo habitat fatto di accettazione di quello che accade, di sopportazione fra il buddista e l’autolesionista, fino a che si rende conto che la soluzione ideale potrebbe essere quella di sostituire il cagnolino appena comprato, e subito finito sotto un bus, frequentando un allevatore.

Chien inizia divertendo, con i suoi tempi dilatati e lo stralunato protagonista alle prese con uno sguardo talmente paziente e rispettoso da risultare irritante. Jacques è un marginale nel senso pieno, ed economico del termine, non trova un posto nella società perché non accetta le regole del consumo, non si adegua neanche alla cattiveria imperante, scegliendo una sorta di ascetismo interno alla società stessa. Non reagisce, non si batte, in un mondo - che sia virtuale o reale - in cui solo chi lo fa viene ascoltato; come il cane non serba rancore, le sue sono sempre e sole reazioni istintive, tanto da trovare in una cuccia l’unico posto adatto a lui, in mezzo ai cani suoi simili. Purtroppo qui Benchetrit perde la misura ed esplicita tutto in maniera troppo insistita e sempre più urticante quanto la presunta malattia della moglie, prendendosi molto sul serio, abbandonando la levità per l’allegoria esplicitata, il messaggio, lasciando a metà il lavoro formale e di scrittura su cui il cinema si basa.

Sempre la Piazza Grande ha poi proposto un raro caso di cinema di fantascienza di matrice europea. Di Seven Sisters, previsto in uscita nelle sale italiane da Koch Media nel 2018, parliamo a parte; basti qui dire che il norvegese Tommy Wirkola costruisce una storia distopica ambientata nel futuro dal soggetto molto accattivante - sette gemelle crescono in un mondo in cui si impone il figlio unico e interpretano nella società un’unica persona, ognuna un giorno della settimana -, utilizzando la fisicità elastica di Noomi Rapace. Non è l’attrice che preferiamo, ma in questo caso sfrutta la sua esperienza nell’incassare colpi e violenza nel cinema di genere con un certo mestiere e il film intrattiene senza troppe pretese o sovrastrutture. Molto bravo, ma certo non è una novità, Willem Dafoe.




Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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