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Il giovane cinema italiano che piace all’estero, Elio Germano e i D’Innocenzo commentano i loro premi alla Berlinale 2020

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Abbiamo incontrato i nostri tre moschettieri al Festival di Berlino 2020 mentre il produttore di Volevo nascondermi vuole uscire presto in sala.

Il giovane cinema italiano che piace all’estero, Elio Germano e i D’Innocenzo commentano i loro premi alla Berlinale 2020

Emozione, risate, una birra rilassante. Il nostro cinema esce a piene mani da questa 70° edizione della Berlinale, con il primo anno di un direttore artistico italiano, Carlo Chatrian, oltre a un giurato come Luca Marinelli. Orsi d’argento in mano, per la sceneggiatura ai fratelli gemelli trentenni Fabio e Damiano D’Innocenzo e come miglior attore per Elio Germano. Quest’ultimo sorride compiaciuto quando gli ricordiamo, sequestrandolo con qualche collega della stampa italiana appena finita la premiazione, come sia entrato in un novero di attori come Volontè o Mastroianni, avendo vinto due premi in due dei maggiori festival internazionali come Berlino e Cannes.

“Dai, magari a 50 anni vincerò anche la Coppa Volpi”, ha scherzato l’attore. “Sono contento già quando i film vanno in concorso e ottengono quindi una vita all’estero, al di là di quella spesso breve nel nostro paese. Già il fatto che una giuria come quella di quest’anno abbia visto il film, come i presenti qui a Berlino, è un grosso risultato, davvero gratificante. Sono convinto che ogni volta anche un premio per un attore va in realtà al film, a tutti quelli che hanno fatto un gran lavoro, dal regista Giorgio Diritti ai truccatori, ai volontari. È stata una lavorazione faticosa e, anche senza il riconoscimento di stasera, ce ne saremmo ricordati per molto di questa esperienza. È un momento bellissimo per l’Italia del cinema, sono contento di essere in tutti e due i film, così diversi e che abbiano ottenuto entrambi un orso. Ormai viaggiamo bene all’estero con un nuovo cinema, diverso, che non scimmiotta i successi precedenti. C’è poi in corso un ricambio generazionale, con una libertà di linguaggio che il cinema può offrire, con voci diverse per età o provenienza, penso agli immigrati di seconda generazione; ognuno può raccontare delle storie con il proprio punto di vista, senza che siano standardizzate.”

Germano ha poi voluto commentare un contagio che lo preoccupa particolarmente, “che provoca danni pesanti più del virus: la paura, quella che contagia senza mascherine, ma con quello che leggiamo da casa o sui telefonini, una psicosi devastante alimentata da tante persone. Da sempre, in fondo, la paura è stato uno strumento per controllare i popoli, l’antidoto è da sempre la conoscenza e la cultura, il cinema possono aiutare ad aprire gli occhi, a riaccendere i cervelli e spegnere i telefoni e la televisione, non solo a distrarre.” A proposito della voglia del cinema di tornare in sala, il produttore di Volevo nascondermi, Carlo Degli Esposti, ha tenuto a prendere una posizione chiara con gli italiani. 

Cercheremo di essere i primi a uscire, per rompere la paura che la sala adesso genera, e questo successo ci aiuterà. Appena ci saranno i presupposti minimi, in accordo con 01 e Rai Cinema vorremmo fare da apripista. Questa o la prossima settimana, se ci saranno apertura a scacchiera le cavalcheremo con Volevo nascondermi, lo faremo nonostante una situazione postbellica, ma ne saremo orgogliosi anche se sarà molto complicato.”

Particolarmente entusiasti, presentati da una Bérénice Bejo raggiante, commossi e con parole di amore fra gemelli sul palco che hanno commosso giurati e pubblico, Fabio e Damiano D’Innocenzo si sono detti entusiasti che il loro premio sia andato proprio alla sceneggiatura di Favolacce. “Una cosa che ha un senso poetico strordinario”, ci hanno detto, “ce lo aspettavamo, chissà, siamo dei profeti, ma è una storia che parla di noi che cerchiamo di capire cosa possa essere la vita, innovativa, un scrittura che parla a tutti, un omaggio di inventiva e rabbia. Ci abbiamo messo anni a dirigerla, ma ogni volta l’abbiamo ripresa in mano senza fare quasi cambiamenti, era perfetta. Ogni film ti permette incontri che vanno mantenuti anche al di fuori del lavoro, con produttori attori, maesteanze, incontri che ti fanno crescere anche personalmente e creano una famiglia. Per noi che siamo gemelli il rapporti di sangue, la famiglia, è cruciale. Girando La terra dell’abbastanza non sapevamo se potevamo fare gli sceneggiatori o i registi, l’abbiamo fatto in apnea, capendo se riuscivamo a gestire una macchina produttiva e distributiva importante. Ora abbiamo preso consapevolezza e sappiamo che sarà il nostro lavoro per i prossimi trent’anni."



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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