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Il dottor Seuss, questo sconosciuto: il nostro ritratto

Ortone e il mondo dei Chi è il terzo film che nel giro di meno di un decennio ha portato al cinema le creazioni del dr. Seuss. Dietro a questo bizzarro pseudonimo si nascondeva uno degli scrittori per ragazzi più amati degli States: in Italia però lo si conosce pochissimo e noi abbiamo pensato di darvi l’opportunità di rimediare.

Il dottor Seuss, questo sconosciuto: il nostro ritratto

Il dottor Seuss, questo sconosciuto

Per quanto il suo nome non sia noto in Italia, il dr. Seuss, al secolo Theodor Seuss Geisel, è stato uno degli scrittori americani per l'infanzia più stimati di tutti i tempi.
Nato nel 1904 e deceduto nel 1991, l'autore assunse questo nome d'arte nella metà degli anni Venti, per sottolineare ironicamente come le speranze di suo padre, che lo voleva laureato a Oxford, fossero state disilluse.
Non è difficile comprendere come mai i suoi lavori non siano stati particolarmente diffusi o amati fuori dai paesi di lingua anglosassone: la maggior parte dei suoi libri sono scritti in versi e in rima, con un metro preciso, il tetrametro anapestico. Il contenuto “didattico” delle sue opere, infatti, non risiede solo nella morale delle sue storie, ma anche nel fascino per la parola che voleva inculcare nei piccoli lettori, nella prospettiva di un'allegra alfabetizzazione. Anche illustratore e copywriter, il dr. Seuss influenzò la cultura americana nelle maniere più disparate, incluso un popolare slogan per il Flit, “Quick, Henry, The Flit!”, poco prima della II Guerra Mondiale. Anche considerando che collaborò di persona ad alcuni film di propaganda bellica, non stupisce che il dr. Seuss non si sia mai mostrato contrario ad adattamenti delle proprie opere in altri media.

Fonte d'ispirazione per cinema e tv si sono mostrati i suoi lavori degli anni Cinquanta, quelli che più di tutti lo hanno consacrato. Quando nel 2000 è sbarcato nelle nostre sale Il Grinch di Ron Howard, interpretato da Jim Carrey, la maggior parte del pubblico italiano ne ignorava del tutto la fonte. Il libro “How The Grinch Stole Christmas” (1957) si è radicato nell'immaginario collettivo americano non solo forte delle sue indubbie qualità stilistiche, ma anche perché “ribadito” quasi annualmente dalla tv con uno special a cartoni animati omonimo, realizzato nel 1966.
A conferma del segno lasciato nella cultura yankee, la storia del Grinch, autoesiliatosi dal mondo dei Chi perché odia il Natale, ricorda quella di Nightmare Before Christmas di Tim Burton, malefatta inclusa: il Grinch infatti ruba tutti i doni credendo di poter arrestare il Natale, ma apre gli occhi quando i festeggiamenti avvengono ugualmente.

L'adattamento televisiovo del 1966 portava la prestigiosa firma di Chuck Jones (l'inventore del Road Runner e di Wile E. Coyote), amico fraterno del dr. Seuss, che con il suo vero nome firmò coproduzione, sceneggiatura e testi delle due canzoni aggiunte, tra le quali la bellissima “You're a Mean One, mr. Grinch”. Lo speciale, della durata di 25', pur castrato da un budget che ne limita molto il livello di dettaglio e ricicla alcune sequenze, ha un suo calore. La grafica dei personaggi si rifà direttamente a quella impostata dallo stesso dr. Seuss nelle illustrazioni del volumetto, e l'inevitabile espansione narrativa, complici la durata limitata, il supporto delle due canzoni, la narrazione di Boris Karloff ed alcune sequenze di puro dinamismo jonesiano, non ne annacqua senso e divertimento.
Va diversamente per il film di Howard, costretto ai 100' di durata e ad un'espansione pleonastica che giocoforza finisce per allontanarsi fatalmente dall'incisività del verso. Il fantasma della sentita produzione pauperistica di Jones aleggia anche sul kolossal di Howard: Carrey, con makeup di Rick Baker, di fatto copia le movenze della sua controparte a cartoni animati, cantando addirittura per la soundtrack “You're a Mean One, Mr. Grinch”. E il regista, proveniendo da un cinema diverso ma cresciuto alla scuola di Roger Corman, si fa un punto d'onore di autosfidarsi con una produzione differente dai suoi standard, potenziando anche troppo la mobilità della macchina da presa, timoroso di quella minima staticità che garantisce però la metabolizzazione della poesia.

Flop all'estero, ma trionfo in patria, Il Grinch di Howard spinge il produttore Brian Grazer a riaffrontare quattro anni dopo il dr. Seuss con l'adattamento di "The Cat in The Hat", nel film Il Gatto e il Cappello Matto, in cui il ruolo del titolo è affidato ad un Mike Myers che a sua volta ricalca proprio il Grinch di Carrey. Il libro originale, pubblicato nel 1954, era una vera e propria sfida: in risposta ad un articolo che denunciava il bassissimo grado di alfabetizzazione dei bambini, il dr. Seuss accolse la proposta del suo editore di scrivere un'opera usando le 220 parole che considerava più importanti. Ricevuta la lista, Seuss in nove mesi sfornò la storia di due bambini che ricevono in casa la visita di un Gatto esuberante, accompagnato da due esseri complici, Thing One e Thing Two, con i quali porta un caos più o meno organizzato. Ligi al dovere, i due ragazzini catturano le “Thing” e rimettono le cose in ordine.
Di questo pezzo di virtuosismo, accompagnato da bellissimi disegni in bicromia, nel film di Bo Welch - già scenografo di Tim Burton - rimane ben poco. L'espansione narrativa di cui sopra è di nuovo adoperata, ma questa volta senza farsi problemi nell'inserire materiale “adulto”, incluso un ammiccamento all'approccio politicamente scorretto di Myers. L'esito disastroso del film, al botteghino e presso la critica, ha portato la vedova dello scrittore a negare ogni altra autorizzazione ad adattamenti dal vero.

La speranza per i fan del dr. Seuss è tornata quest'anno, con l'arrivo nelle sale del cartoon Ortone e il mondo dei Chi, tratto da "Horton Hears a Who!", libro che lo scrittore firmò nel 1954.
Qui si racconta di un elefante, Ortone (che era già apparso sulle pagine di “Horton Hatches the Egg” del 1940), chiamato dal destino a proteggere il popolo dei Chi, insediato su un granello di polvere su uno stelo. Anche questa storia era stata portata in tv da Chuck Jones nel 1970, con la stessa squadra de Il Grinche lo stesso formato, anche se non è altrettanto nota, forse perché nei palinsesti non si può accompagnare ad ovvie ricorrenze. La cura riposta da Jones è però anche in questo caso notevole, specie perché teneramente il production designer Maurice Noble fece di necessita virtù, piegando le colorazioni uniformi dettate dal budget a uno stile peculiare.
Con questa premessa, la sfida raccolta dai Blue Sky Studios, autori del nuovo cartoon in 3D, è ardua, ma non improba. Il team si è infatti spesso rifatto ad un'ironia di gusto warneriano, rappresentata magnificamente dal roditore attira-catastrofi Scrat de L'era glaciale. Considerando che il dr. Seuss si era attivamente dimostrato entusiasta di questa chiave, ed ascoltando le dichiarazioni degli autori, che si sono ripromessi di lasciare il realismo fuori dalla porta, Ortone e il mondo dei Chi potrebbe finalmente fare pienamente giustizia al suo autore: un film fedele allo spirito del materiale e con un budget all'altezza, potenziato dalla sintesi del cartoon e non imbolsito.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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