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Il dolore e le scoperte di un adolescente in cerca di futuro: a Venezia è il giorno di Paolo Sorrentino

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È una giornata di grandi titoli al Festival di Venezia, in primo piano È stata la mano di Dio, l’atteso ritorno a Napoli di Paolo Sorrentino, che così ci ha parlato del suo racconto più personale, che punta al palmares e alla stagione dei premi.

Il dolore e le scoperte di un adolescente in cerca di futuro: a Venezia è il giorno di Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino è arrivato a Venezia via mare, proprio come introduce lo spettatore nella Napoli della sua adolescenza in È stata la mano di Dio, suo nuovo film in arrivo nelle sale il 24 novembre, e dal 15 dicembre su Netflix. Prodotto da Lorenzo Mieli per The Apartment, è una storia molto personale, in cui Fabietto, alter ego del regista, si confronta con le complessità di un’anima timida alle prese con l’adolescenza. Grande alleato Diego Maradona, che lo salverà addirittura da una tragica nottata in cui, nella realtà come nel film, i genitori morirono nella casa in montagna per una fuga di gas.

Perché raccontare proprio ora, la sua storia più personale? Così ha risposto il regista, incontrando la stampa a Venezia. “A un certo punto si fanno i bilanci. C’è stata una grande parte di amore nella mia vita di ragazzo, ma anche una parte dolorosa. Pensavo potesse essere declinata in racconto cinematografico adesso, perché ho l’età giusta per farlo. Lo scorso anno ho compiuto 50 anni, sono abbastanza maturo per affrontare un film personale. Anche per raccogliere la provocazione di un caro amico e collega, che mi accusava di non fare mai cose personali. Avevo accumulato tanti ricordi appuntati negli anni, ma il film l’ho scritto molto velocemente, durante The New Pope, esausto di concentrami fra cardinali e papi. Per un po’ di tempo ho pensato che non l’avrei fatto, che magari lo avrei fatto leggere ai figli, un giorno, sperando che così avrebbero potuto giustificarmi per i miei tanti difetti. Invece poi ho preso coraggio. Volevo dare spiegazione a certi miei comportamenti da adulto, che continuano a essere infantili. In qualche modo sono fermo a quegli anni. Certe perdite non creano solo dolore ma anche l’interruzione della giovinezza. Si diventa vecchi di colpo, rimanendo allo stesso tempo bambini. Ma Il futuro ci può essere per tutti anche per chi parte con l’handicap."

Il titolo, È stata la mano di Dio, rimanda alla celebre frase di Maradona, con cui si giustificò per aver segnatocontro l'Inghilterra un goal irregolare, ma convalidato, ai Mondiali di calcio del 1986 in Messico. “È bellissima e paradossale, detta da un giocatore di calcio, visto che si riferisce all’unica parte del corpo che non può essere usata in quel gioco. Una metafora emblematica in relazione al caso o, per chi crede, ai poteri divini. Io credo in un potere semi divino di Maradona. Un mio grande rammarico è non averglielo potuto far vedere. Non è mai stato facile parlare con lui, avrei voluto, ma non era una persona accessibile. La sua figura, per carisma e modo di stare al mondo, per la sua relazione con i napoletani e gli argentini, si avvicina al religioso, Maradona è apparso in città da una “grotta nera”, il tunnel dello Stadio San Polo. È morto, risorto, diventato martire. Le sue analogie con le figure mistiche mi appassionano molto.”

Una nuova partenza, per la sua carriera. Almeno così si augura Paolo Sorrentino, a vent’anni di distanza dalla presentazione della sua opera prima, L’uomo in più, proprio a Venezia. Solo una prima tappa, proiettato com'è verso la stagione dei premi. Anche se lui glissa elegantemente, fa melina, per usare un termine calcistico, anche se non maradoniano. “L’Oscar non è all’ordine del giorno”. Uno in casa ce l’ha già, ad ogni modo. Immaginiamo non disdegnerebbe la compagnia di un fratellino, pur non voolendoci scontrare con la proverbiale scaramanzia napoletana, altrettanto mistica di quanto non lo sia ancora Maradona. 

La collaborazione con Netflix, che Sorrentino definisce “un’esperienza molto buona”, era già stata definita prima della pandemia. “L’ho fatto perché permettono di fare film arthouse senza lesinare in mezzi, con il supporto necessario. Non solo durante le riprese, ma anche per la promozione. Volevo arrivasse al maggior numero possibile di persone, specie ai giovani. Mi sembra che il film porti avanti una visione semplice, ma bella, per un’età delicata, in cui si ha un’idea nera del futuro, quando la si ha. Volevo invece che È stata la mano di Dio raccontasse un’idea di futuro. Poi ho chiesto subito che uscisse nei cinema, da amante della sala, ma non talebano. Emozioni e sentimenti, al centro di questa storia ben più della ricerca formale, possono passare in tutti i modi, non solo su grande schermo.”

Uno stile molto diverso dai suoi lavori precedenti, tanto che il regista napoletano ha ricordato come subito, una volta girata una prima scena con un carrello, si sia reso conto, “deluso”, che la messa in scena dovesse essere “semplice, essenziale, per far parlare emozioni e sentimenti. Con una certa desertificazione sentimentale, quindi anche praticamente senza musica. La scelta del bravissimo Filippo Scotti per il ruolo di protagonista, e suo alter ego, Paolo Sorrentino la spiega così. “Ha facilmente sbaragliato la concorrenza. Perché è un bravo attore, e mi sembrava avesse la stessa timidezza e senso di inadeguatezza che ricordavo di avere a 17 anni. Nella vita sono molto pauroso, ma nei film mi sembra di essere abbastanza coraggioso. In questo caso si richiedeva un tipo di coraggio differente, più per scriverlo che per farlo, quando sono entrate in gioco le dinamiche della lavorazione con tante persone, i problemi quotidiani di ordine pratico. Le paure sono svanite quasi del tutto nella quotidianità, riaffermando il loro spazio solo durante qualche giornata particolare."

Una liberazione personale, questo dolore finalmente trasformato in cinema? “Non penso un film sia sufficiente a liberarsi di cose che ti segnano per una vita. La famiglia mi ha permesso di rimanere a galla ed essere felice, ma pago ancora le conseguenze di quel momento. Mi ero stancato che fosse un continuo monologo interiore, anche perché si bloccano i ricordi, a forza di raccontarlo solo a sé stesso. Il ritorno a Napoli per girare, dopo molto tempo, è stato bellissimo. Con molte migliorie, visto che il mio quartiere era lontano dal mare, mentre questa volta avevo un bellissimo appartamento con vista mare. L’ho ritrovata cambiata, ma anche uguale nel suo fagocitare quello che arriva da fuori. Lo declina a uso e consumo, sempre vitale, come la ricordavo. Un safari a piedi, senza la jeep che ti porta in salvo. Ho girato i luoghi che conoscevo da adolescente, un’età in cui se vai da una parte è perché qualcuno ti ci porta. In tanti hanno parlato di Napoli, altrettanti hanno la presunzione di sapere cosa sia. Io no”.

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