"Il cinema che mi ha insegnato a volare e il dolore che rende creativi": Xavier Dolan accolto da ovazioni alla Festa di Roma

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"Il cinema che mi ha insegnato a volare e il dolore che rende creativi": Xavier Dolan accolto da ovazioni alla Festa di Roma

Spontaneo e divertente, con i capelli ossigenati e molto corti, Xavier Dolan ha conquistato un pubblico folto, sul red carpet e in sala, venuto alla Festa di Roma per lui, solo per lui. Lasciate perdere attrici o attori: è lui, il regista simbolo dei ventenni cinefili di tutto il mondo, a provocare ovazioni e attese lunghe ore. A dirla tutta, lui ha iniziato come attore, tanto che, alla prima domanda del solito conduttore degli incontri, il direttore della Festa Antonio Monda, risponde: “preferisco recitare che dirigere. Quando sono io dietro la macchina imparo molte cose da grandi professionisti, ma mi manca recitare e nei prossimi anni ho intenzione di recitare maggiormente, sia in film miei che di altri”.

Dolan è un canadese di Montreal nato nel 1989, che ha 19 anni era già alla Quinzaine di Cannes. Un predestinato, che avendo iniziato così giovane non ha potuto vedere i film di chi si è formato in maniera regolare. “Non ho visto così tanti film e deludo sempre le persone con cui parlo che mi citano titoli che regolarmente non ho visto, è una cosa che mi fa vergognare. Ho buchi e lacune gravissime da colmare, ma non cito film di riferimento, titoli come Mamma ho perso l’aereo o Jumanji, con in mano un dizionario di cinema. Il film che più adoro è Titanic. L’ho visto a 8 anni ed è un capolavoro dell’intrattenimento moderno. Due anni fa il mio agente mi ha invitato a una cena, una cosa informale fra amici, ha detto. Mi ritrovo Bennett Miller, Ron Howard, Charlize Theron, Julian Schnabel e altri nomi del genere. Alla domanda quale fosse il film che più ci ha influenzato hanno iniziato a rispondere, chi citando lavori anni ’30, chi quadri o riferimenti culturali dotti. Mi chiedevo come avrebbero reagito quando avrei risposto Titanic. Mi ha insegnato a volare, a pensare in grande. Poi posso citare anche Lezioni di piano di Jane Campion o La pianista di Michael Haneke.”

Non che sia stato il film di Cameron a spingerlo a fare il regista, “al massimo mi ha spinto a scrivere a Leonardo Di Caprio”. Infatti Dolan ha iniziato come attore e quello voleva fare, quando ha deciso di mollare gli studi e iniziare una carriera, “anche se stavo a casa da solo a deprimermi mentre i miei amici studiavano.”

Parlando del suo primo film, J’ai tué ma mère, di cui ha scelto una scena da proiettare, così come degli altri suoi film e di due titoli a lui molto cari, Dolan ha ricordato come lo ha girato, a meno di vent’anni, per potersi scegliere come attore. “Non ho studiato cinema, né realizzato prima dei corti, al di là del diploma la mia educazione è limitata. Volevo recitare, ma ero disoccupato. Mi sono detto, se racconto la storia della mia vita potrò interpretare me stesso senza temere la concorrenza. Poi in realtà non è stato così semplice, ho investito tutti i miei soldi e nessuno credeva nel progetto, a parte i miei attori. Se Wong Kar Wai vedesse quel film potrebbe farmi causa, ho rubato tantissimo a In the mood for love. Del resto, amo molto un libro che parla di come un artista debba rubare per incanalare la sua ispirazione: ‘cominci fasullo e diventi vero’, dice. Il furto artistico è naturale e spontaneo, non sai chi sei fino a che non crei. Coppola dice: ‘voglio che mi rubi inquadrature, battute e movimenti di macchina, fino a che qualcuno ruberà da te’.

Parlando del piano sequenza, il canadese ha detto: “i registi lo amano molto, aggiunge tensione e dà modo agli attori di sfogarsi, ma è una coreografia complessa, in cui tutto deve andare a perfezione, e non succede spesso. Sono tutti coinvolti sul set, nella costruzione di un piano sequenza, e il 95% delle volte non funziona e in montaggio devi tagliare. La storia è centrale, viene prima di ogni altra cosa, per cui spesso è bene non esagerare con gli svolazzi formali.” Parlando invece dei suoi personaggi, in lotta per ottenere il riconoscimento di quello che sono, dice che “ci sono tanti film anche molto popolari che parlano di poveracci senza speranze, che hanno tutto contro, la chiamo pornografia del povero. Io amo dare possibilità ai miei personaggi, che lottano per rivendicare la loro identità, per essere autentici contro la falsità di chi compie scelte per noi. Amo i sognatori e i lottatori; possono non vincere, ma non sono mai dei perdenti se inseguono l’amore della loro vita, o la libertà di svincolarsi da una madre ossessiva, o del corpo di uomo in cui sono imprigionati. Non si arrendono mai, cercano il loro posto di fronte alle falsità e superando i fallimenti”.

Su quanto della sua vita ci sia nei suoi film tiene a precisare che solo l’esordio, J’ai tué ma mère, parla veramente di lui, e i genitori non si possono riconoscere nei suoi lavori, che amano non senza riserve. “Mia madre è molto orgogliosa di Mommy ed è venuta a Cannes per la proiezione di È solo la fine del mondo, dove si è molto commossa.” Definisce Tom à la ferme il suo film di genere, il primo che abbia fatto, “un thriller psicologico con la tensione e la suspense di quel tipo di cinema, almeno è quello che avevo intenzione di fare”.    

Dolan ha detto di aver visto da poco un film che ha molto amato, Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino. “Un film così profondo, tenero e saggio che cambia il modo in cui guardi l’arte e l’amore. Non capita spesso a un film, ha avuto grande impatto in me. Insegna il valore del dolore, oltre che dell’amore. Puoi creare molte cose con il dolore, io soffrivo le pene d’amore, o volevo fare colpo su qualcuno che amavo, mentre preparavo quasi ogni mio film. Vedendo Chiamami col tuo nome ho riconosciuto un regista che come me pensa che il dolore apra molte porte”. 

Parlando del cinema di altri, quello che ama, ha scelto una bella sequenza di Birth di Jonathan Glazer, in cui Nicole Kidman mostra solo con progressive variazioni del suo volto, “dall’occhio destro a quello sinistro”, la presa di coscienza di come il figlio possa essere effettivamente la reincarnazione del marito morto. Poi il mistero sulla scena scelta per lo splendido Mysterious Skin, di cui è stata proiettata una durissima ed erronea sequenza, mentre la mancanza di tempo ha impedito di proporre quella corretta. Erano infatti scoccate le due ore, o poco meno, di un incontro che ha confermato la capacità affabulatoria e la passione travolgente di una voce fra le più originali del giovane cinema contemporaneo.




Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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