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Il Casanova di Federico Fellini, per festeggiare i 100 anni del maestro

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Tra i tanti, premiati e amati film del regista nato a Rimini il 20 gennaio 1920, il Casanova è il capolavoro della maturità, ma rischiò di costargli caro.

Il Casanova di Federico Fellini, per festeggiare i 100 anni del maestro

Come Franz Kafka, che amava e di cui avrebbe voluto portare sullo schermo America, anche Federico Fellini ha dato vita suo malgrado a un aggettivo, coniato dalla critica e non sempre usato in senso positivo e adeguato alla sua statura artistico: kafkiano, felliniano, sono solo etichette che semplificano l'opera di due grandi artisti ma in un certo senso dicono il vero, perché definiscono un mondo che, prima di loro, non esisteva. Oggi il maestro riminese avrebbe compiuto 100 anni e televisioni e cinema di tutto il mondo fanno a gara per celebrarlo con i suoi film. Ognuno di noi ne ha nel cuore uno, magari più di altri, che vedrebbe e rivedrebbe senza stancarsi mai. Chi scrive, che ha avuto la fortuna di vederne alcuni al cinema quand'era molto giovane, ne ama molti: Amarcord, Roma, lo struggente Le notti di Cabiria, il meraviglioso frammento di Tre passi nel delirio, Toby Dammit , ma soprattutto Il Casanova di Federico Fellini, che visto a 18 anni fu un'emozione unica, di quelle che ti rivelano un mondo.

Un Settecento promiscuo, sporco e straccione

Quello di Fellini non poteva essere che un Settecento promiscuo, sporco e straccione, in cui i vizi prosperavano tra i vezzi, dove si muoveva affamato di sesso e riconoscimenti il grande seduttore e avventuriero veneziano, colto nella tristezza della vecchiaia che rievoca i successi e rimpiange i fallimenti, intellettuale e scrittore che conobbe tutte le glorie e gli artisti d'Europa, ne frequentò le corti più lussuose e i postriboli più infami, si dilettò di alchimia e riuscì perfino a fuggire dalla terribile prigione dei Piombi. Autore di due voluminosi e affascinanti libri di memorie, Giacomo Casanova vi racconta l'ambiente sociale e culturale del secolo dei lumi, ma soprattutto le proprie conquiste, una delle quali avvenuta addirittura durante la terribile tortura pubblica di Damiens, l'attentatore del re, che descrive in ogni minimo particolare così come l'atto sessuale compiuto, approfittando del caos e dell'attenzione rivolta a questo orrendo spettacolo, con una dama compiacente. Era ovvio che Fellini, seduttore e bugiardo, vedesse una sorta di specchio oscuro in questa figura: il suo Casanova è patetico e triste, se trova la felicità sessuale solo con una donna meccanica e con una gigantessa, il suo desiderio d'amore resta sempre insoddisfatto, perché non ha avuto l'unica donna che davvero voleva.

Quasi l'Apocalypse Now di Fellini

Il capolavoro della maturità di Fellini è un film stracolmo di oggetti simbolici e rumori assordanti, simboli dell'origine primigenia della vita: l'uccello meccanico che scandisce le prodezze di Casanova, i cui orgasmi assomigliano ad un'agonia più che a una piccola morte, la cacofonia degli organi suonati da musicisti equilibristi, che diventa un inno patriottico, il circo coi suoi abitanti deformi e meravigliosi, l'antro della Mona con gli splendidi e inquietanti disegni di vagine dentate e cannibali di Roland Topor. Accompagnato dalle musiche divine di Nino Rota, che rispecchiano lo stato febbrile del film, denso di volti truccatissimi o innaturalmente pallidi, di orride megere dalle forme straripanti e di eunuchi/mantidi, continuamente accompagnato dal chiasso di un'umanità infernale che sembra prefigurare il mondo moderno: come spesso avviene alle opere più volute, desiderate e sentite, Il Casanova rischiò di diventare il Vietnam di Federico Fellini, come Apocalypse Now lo era stato, letteralmente, per Francis Ford Coppola. Come il collega americano aveva fatto dopo Il Padrino, anche lui scommise e puntò tutto su questo film, dopo Amarcord, che aveva vinto l'Oscar come miglior film straniero ed era stato candidato anche per la regia e la sceneggiatura.

Una lavorazione travagliata e un protagonista perfetto: Donald Sutherland

Per portarlo sullo schermo ci vollero quasi 3 anni: una lavorazione lunghissima, tre produttori alternatisi – Dino De Laurentiis, Angelo Rizzoli e Alberto Grimaldi -, un budget cresciuto sempre più, col furto dei negativi del girato, poi ritrovati un anno dopo (ma che costrinse a costosi re-shooting), l'abbandono di Grimaldi per questioni di soldi, l'interruzione delle riprese e la causa in tribunale che viene vinta da Fellini e gli assegna una cifra che gli permette di completare il film. Anche la scelta del protagonista non fu semplice: De Laurentiis voleva addirittura Robert Redford, Alberto Sordi si autocandidò (esiste anche un suo provino, visibile in rete), si pensò all'alter ego di Fellini, Mastroianni, e a lungo fu in ballo Gian Maria Volonté, ma la scelta finale ricadde su Donald Sutherland, che il regista aveva conosciuto sul set di Novecento, ma che aveva già incontrato nel film di Paul Mazursky Il mondo di Alex, dove l'attore interpretava un giovane regista americano che incontra il suo idolo Fellini a Cinecittà, alle prese col montaggio de I clowns. Sutherland a Fellini piacque perché, come raccontò a Costanzo Costantini, era “un candelone spermatico dall’occhio del masturbatore, quanto di più lontano si potesse immaginare da un avventuriero e dongiovanni come Casanova, ma un attore serio, preparato, professionale”.

Dal disgusto alla comprensione: nascita di un capolavoro

E la scelta fu perfetta: Sutherland fu sottoposto a un trucco protesico impressionante, con l'attaccatura dei capelli totalmente rasata, che lo fece assomigliare, più che al ritratto di Casanova fattone dal fratello Francesco, al disegno che Fellini stesso aveva fatto del personaggio. L'attore diventò un burattino nelle mani di questo imprevedibile Mangiafuoco, che inizialmente odiava il personaggio, tanto da chiamarlo, nelle conversazioni con il co-sceneggiatore Bernardino Zapponi, “lo stronzone”, e da paragonarlo a un cavallo. Ma strada facendo si fece commuovere dalla sua disperata impossibilità ad amare, finendo per dargli un finale “positivo” e farci empatizzare con lui. Il resto – in un film che comprende anche un dottor Moebius, in omaggio allo pseudonimo scelto dal grande fumettista Jean Giraud, di cui Fellini era estimatore – è storia: in Italia la critica lo apprezzò (Morando Morandini e Tullio Kezich ne furono i migliori paladini), anche se qualcuno storse il naso, l'America fu più tiepida, ma Il Casanova di Federico Fellini, col nome del regista orgogliosamente nel titolo, e suo primo film in lingua inglese (in Italia Sutherland fu doppiato da Gigi Proietti) girato interamente all'interno della grande madre del regista, la gigantesca Mona del Teatro 5, fu candidato a due premi Oscar, sceneggiatura e costumi del grande Danilo Donati, che lo vinse. Oggi la gigantesca testa della Venusia che emerge dalle acque della Laguna nelle scene del carnevale all'inizio del film, a lungo abbandonata, accoglie i visitatori di Cinecittà, dove, nonostante i cambiamenti avvenuti da allora, a noi vecchi cinefili sembra ancora di intravvedere nel grande teatro deserto l'evanescente figurina di un uomo col cappello, la sciarpa rossa e il megafono, che con voce dolce e pacata ma decisa comanda una legione di tecnici, attori e comparse, che danno vita ai sogni che non ha mai smesso di fare e di regalarci. Auguri, Maestro!



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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