Il Banchiere anarchico: il paradosso di Fernando Pessoa nel film di Giulio Base

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Il Banchiere anarchico: il paradosso di Fernando Pessoa nel film di Giulio Base

Nel 1922 Fernando Pessoa, il solitario scrittore portoghese che - forse anche più estremo di Kafka - vive solo nella/di letteratura, anche attraverso i suoi numerosi eteronomi (alter ego dotati di un nome, una vita e una bibliografia propria), scrive un racconto di circa 17 pagine, “Il banchiere anarchico”. In Italia la prima traduzione, assieme ad altri due racconti, è ad opera di Guanda nel 1988, con una più recente ristampa nel 2010. Non si tratta dunque di uno degli scritti più conosciuti dell'autore, figura affascinante ed enigmatica della letteratura del Novecento, ed è un indubbio merito di Giulio Base quello di riportarlo all'attenzione con un adattamento che nasce da un'autentica passione, una di quelle soddisfazioni che dopo una vita di film più o meno commerciali, da attore e da regista, si è potuto permettere di togliersi senza doversi preoccupare per l'esito del suo esperimento al botteghino.

Il testo da cui è tratto il film è poco diverso da un monologo, visto che l'interlocutore del protagonista ha solo il compito di interloquire con brevi osservazioni e domande nel racconto che ha lui stesso stimolato: dopo una cena, un celebre e ricchissimo finanziere spiega ad un suo collaboratore e probabilmente suo unico amico, perché sia sempre stato e sia tuttora anarchico, anzi, l'unico vero anarchico, avendo realizzato nell'unico modo possibile la teoria seguita da tutti gli altri stolti, che si sono illusi di cambiare il mondo e liberare tutti, a dispetto delle differenze naturali tra gli esseri umani e delle sovrastrutture sociali.

Quello di Pessoa è un testo provocatorio e ancora attuale, che mira a dimostrare quanto per l'uomo sia impossibile sconfiggere quelle che vengono chiamate “finzioni sociali” e che l'unico modo per liberarsi dalle costrizioni del potere e potersi definire realmente anarchici è liberare se stessi. Ecco perché il Banchiere, dopo un'ingenua adesione alle tesi anarchiche in gioventù, ha capito che per sottrarsi dal giogo del denaro e vivere nella libertà l'unica soluzione era possederne a dismisura. Così facendo, dice, ha realizzato l'ideale ed è anarchico non solo in teoria, ma anche nella pratica. Si tratta ovviamente di un paradosso, ma che, nella logica stringente del racconto del protagonista, non fa una piega. Di questa visione pessimista (forse realista) e ironica dell'umanità e dei suoi sforzi per rendersi migliore di quanto non sia, Giulio Base, che de Il banchiere anarchico è anche protagonista, enfatizza il senso di solitudine e  di prigionia dorata di chi è ai vertici dell'alta finanza, con qualche velata allusione a personaggi nostri contemporanei.

Lo spregiudicato banchiere della storia, come ha giustamente intuito il regista, può vivere ovunque e in nessun luogo, nel passato e nel futuro. Lui lo immagina in una villa bunker, immersa nell'oscurità, alle prese coi simboli del benessere e le immancabili abitudini dei ricchi, dai sigari al whisky, elegante e autoritario, dare lezioni di vita a un uomo che sembra più grande di lui (Paolo Fosso) ma che non ha avuto la stessa intuizione o la sua mancanza di scrupoli. La struttura stessa del racconto, dove la cosa importante è la parola, poco si presta ad una messa in scena diversa da quella teatrale. Ed è al teatro che rimanda Il banchiere anarchico, con le sue luci, i suoi spazi, il tono della recitazione e il buio della scena dove troneggiano due poltrone, e dove la presenza della macchina da presa si rivela solo nel movimento circolare con cui avvolge i due unici personaggi in scena e nei primi e primissimi piani.

Misurato l'uso della colonna sonora (con una bella canzone di Sergio Cammariere, composta appositamente per il film), strumentali e quasi impercettibili i passaggi tra bianco e nero e colore e i tagli di montaggio: Giulio Base forse si identifica in parte col suo banchiere: immagina infatti che la cena avvenga per i cinquant'anni del protagonista, di cui fa un suo coetaneo. Forse attraverso di lui mette in scena anche la propria evoluzione, dalla gioventù idealista e ingenua di chi voleva cambiare il mondo a chi si ritrova negli anni della sua maturità cambiato dalla vita, ma sempre fedele ai propri principi, esattamente come il banchiere - a voi decidere se in buona o cattiva fede - afferma di essere.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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