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I premi del Festival di Venezia 2015: poche sorprese, molto pragmatismo

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Poche parole di commento sulle decisioni della giuria di Venezia 72


Qualcuno forse se lo ricorda Scrambles, il triciclo a motore del cartoon di Hanna & Barbera Wheelie and the Chopper Bunch: quello che in ogni episodio ripeteva il suo tormentone: “Te l'avevo detto, io, te l'avevo detto!”
Ecco: anche io ve l'avevo detto.
Ve l'avevo detto che la giuria di Venezia 72 avrebbe avuto un compito non facile e che, in un caso come nell'altro, sarebbe stata comunque al centro di mille polemiche. Ve l'avevo anche detto che sarebbe stato facile che, in un concorso eterogeneo come quello di quest'anno, e a fronte di pochi titoli di elevatissimo livello ma molto cinéphiles, avrebbero potuto trovare davanti a loro delle praterie di Leoni da conquistare titoli buoni-medio-buoni come quelli che hanno ottenuto i premi principali.

La vera sfida, adesso, è vedere come risponderà il pubblico a un cinema come quello del Leone d'oro From Afar, sicuramente d'autore, sicuramente non estremo, ma sicuramente anche non commercialissimo: d'altronde, il film di Lorenzo Vigas è senza dubbio quello che, del programma di quest'anno, incarnava meglio la sintesi tra arte e commercio invocata a più riprese da Alberto Barbera. Trapero, dal canto suo, viene premiato con il Leone d'argento per la miglior regia per il suo film più “da pubblico”, vicino com'è El Clan a certi romanzi criminali di casa nostra. Il Sudamerica, comunque, aveva in Alfonso Cuaron e nello stesso Barbera sponsor dichiarati.

Anche di Abluka ve l'avevo detto, e Anomalisa, poi, era l'unico film anglofono premiabile, e un segnale agli Stati Uniti (e alla loro passione per i festival del loro continente) bisognava pure mandarlo, no?
Meritati, senza dubbio, i due premi ottenuti da quello che per me rimane il film sorpresa del festival, L'Hermine: Fabrice Luchini è, come sempre, molto bravo, e questa volta anche affatto fastidioso; e dell'intelligenza e della precisione della sceneggiatura di Christian Vincent abbiamo già detto. Coppa Volpi femminile scontata, della Golino si parlava da prima dell'apertura del festival, e il Mastroianni a Abraham Attah è un premio politico anche condivisibile.

E Behemoth? E Sokurov? E questo e quello?
Non c'è molto da dire, e dovremmo anche finirla di scannarci sui verdetti delle giurie. I film li abbiamo visti, e speriamo li possano vedere in tanti, e apprezzarli anche se non hanno ottenuto un riconoscimento.
Certo, un po' di amaro in bocca per il cinese rimane, dato che Liao Zhang è giovane, non è certo autore celebrato e affermato come il russo, e un premio avrebbe potuto aiutarlo molto. La sua colpa era quella di una forma troppo aliena alla narrazione tradizionale e al concetto di film da pubblico, e questo, a ragione o a torto, lo ha penalizzato.
Ma il commento ai premi è tifo, è bar sport, e le polemiche sono inutili: gli scandali veri sono altrove, soprattutto lontani dal cinema e dai festival.
Oramai lo avrà capito anche Marco Bellocchio.
 

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