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I Migliori Film Inediti del 2019: la nostra Top 10

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La nostra lista delle cose più belle che in Italia non abbiamo ancora avuto modo di vedere e per il momento non vedremo attraverso i canali ufficiali.

I Migliori Film Inediti del 2019: la nostra Top 10

Anche quest'anno sono stati tantissimi i film usciti nelle sale italiane. A naso, la qualità media è stata più elevata di quella del 2018, ma anche se ciò fosse vero, rimane il fatto che avrei barattato volentieri tanti titoli che hanno avuto una distribuzione nel nostro paese con almeno una manciata delle cose belle e bellissime che ho avuto modo di vedere ai principali festival internazionali o in home video d'importazione e che, per un motivo o per un altro, invece nei cinema di casa nostra non solo arrivati.
Quindi, come già lo scorso anno, ho stilato una lista dei migliori film inediti del 2019: un elenco di titoli - sicuramente parziale e non esaustivo - che però può far venire a qualcuno di voi la voglia di cercare e recuperare in qualche modo; e che, magari, possa essere utile a qualche distributore che va cercando titoli nuovi da proporre sul mercato italiano nel corso dei prossimi 12 mesi.
Dalla questa lista, ovviamente, sono esclusi quei film che hanno già ottenuto una distribuzione e che arriveranno in Italia nelle prossime settimane o nei prossimi mesi: di quelli ci occuperemo nella tradizionale lista dei film più attesi del 2020.

I 10 Migliori Film del 2019 Inediti in Italia

Varda par Agnès

È stato presentato in febbraio al Festival di Berlino, questo bellissimo documentario, a metà tra l'autoritratto e una lezione di cinema che diventa inevitabilmente lezione di vita. Agnès Varda è morta poco più di un mese dopo alla fine di marzo. Cannes l'ha omaggiata mettendola sul suo poster, e il Cinema Ritrovato di Bologna ha proiettato il film all'inizio dell'estate. Eppure, nessuno ha pensato di portare nei cinema, per il grande pubblico, un film con una protagonista ironica e intelligentissima, curiosa e umanissima, capace di emozionare per la passione e l'energia che l'hanno sempre contraddistinta.

Roubaix, Une Lumiere

Inspiegabilmente, non è arrivato nemmeno nei cinema italiani questo, che è stato uno dei film più belli del Festival di Cannes del 2019. Eppure, i nomi non mancano: il regista è Arnaud Desplechin, e al fianco di un protagonista monumentale come Roschdy Zem, che annichilisce per la sua composta bravura, c'è anche Léa Seydoux. Un polar dolente e crepuscolare, pieno di dolore ma anche di compassione, nel quale Desplechin mescola ispirazioni che vanno dall'amatissimo Hitchcock al Maigret di Simenon (di cui il commissario di Zem è chiaramente una versione contemporanea), passando per certe riflessioni di Dostoevskij.

Mektoub, My Love: Intermezzo

Anche questo nuovo lavoro di Abedellatif Kechiche era al Festival di Cannes. Secondo capitolo di una trilogia che chissà se il regista francese sarà mai in grado di terminare (pare che dopo Cannes abbia passato mesi a rimontare questo film), è molto di più del film che ricostruisce una serata in discoteca in tempo praticamente reale, che ha suscitato clamore e scandalo per via dei dodici minuti di cunnilingus ripresi da vicinissimo in un bagno della discoteca. È un’operazione testarda e scriteriata, ma anche ipnotica e seducente, che conferma come nessuno, oggi, sappia far coincidere vita e cinema come Kechiche.

El Hoyo

Sembra che oggi, nell'era dei grandi blockbuster e dei cinecomic, fare cinema di genere con pochi soldi e tante idee, e con la voglia di riflettere sul mondo che ci circonda, sia una cosa difficilissima. E invece il giovane regista basco Galder Gaztelu-Urrutia c'è riuscito con una facilità e un'efficacia capace di lasciare senza parole. Alla sua opera prima. Presentato in concorso al Festival di Torino, El Hoyo è secco, essenziale, diretto. Eppure, al tempo stesso, a suo modo anche barocco e grand-guignolesco, nel modo in cui mette in scena una prigione distopica e verticale, e nel mettere al centro di tutto cibo, sopravvivenza, egoismo e altruismo. Chiave di tutto: la Panna cotta. Vedere per credere.

The Climb

Dopo una stagione di grande vitalità, coincisa più o meno con l'inizio degli anni Duemila, il cinema indipendente americano fatica un po' a rinnovarsi, appiattendosi spesso e volentieri sui modelli che si sono andati affermando in questi anni, proponendo per lo più variazioni sul tema (più o meno riuscite e interessanti). Questo piccolo film scritto, diretto e interpretato da Michael Angelo Covino, sembra invece essere davvero una cosa nuova. O, perlomeno, capace di mettere assieme le cose (del cinema, dell'amore e dell'amicizia) in modo nuovo. Due amici, una donna contesa, una manciata d'anni condensati in un'oretta e mezza, tra piani sequenza, salti temporali, realismo e immaginazione che si mescolano senza soluzione di continuità. E dialoghi tanto ben scritti da sembrare davvero veri. Era al Certain Regard, a Cannes.

Sorry to Bother You

In anni in cui il cinema americano (e anche la letteratura) si sta nuovamente confrontando in modi nuovi, inediti e innovativi con la questione razziale, quest'opera prima di Boots Riley si è rivelata davvero un film davvero imperdibile. Per l'intelligenza con cui maschera da commedia - una commedia folle, stralunata nella trama e nella messa in scena, che sono alla Charlie Kaufman e alla Michel Gondry da tanti punti di vista - questioni scottanti e anche radicalissime. Di una radicalità che non ha nulla da invidiare a quella dello Spike Lee più arrabbiato e intransigente, mostrando il legame incontrovertibile tra ingiustizie razziali ed economiche.

Bacurau

Non ero stato un fan di Aquarius, il precedente film di Kleber Mendonça Filho. In questo caso invece il brasiliano, con il supporto del co-regista Juliano Dornelles, è riuscito a distillare sé il meglio di quel film - la forza delle immagini, la vena sottilmente surrealista che emergeva sempre più, la voglia di essere cinema politico fuori dalle regole del cinema politico - e di mescola al genere: western e thriller, soprattutto. Il risultato è quello di un film coraggioso e pieno d'inventiva, dove però non c'è alcun compiacimento ruffiano nel "farlo strano" ma una precisa e costante attenzione alle esigenze del racconto senza troppi fronzoli. Non a caso, il film ha anche vinto, di recente, il Noir in Festival 2019.

A White, White Day

Ha vinto il Torino Film Festival di quest'anno, confermando la capacità del cinema islandese, e scandinavo in generale, di saper coniugare in maniera sempre interessante e intelligente l'eredità bergmaniana legata ai rapporti e alle psicologie con le esigenze del genere, e del noir in particolare. Appogiandosi, giustamente, alla bellezza dei paesaggi naturali che viene enfatizzata e riflessa anche con e nello stile della messa in scena. Raccontando la storia di un uomo che, dopo la morte della moglie, cerca di scoprire se avesse un amante, chi era e perché lo tradiva, Hlynur Pàlmason regala uno spaccato emozionante di passioni e sentimenti, dove rabbia e dolore trovano conciliazione nell'amore.

So Long, My Son

Presentato in concorso al Festival di Berlino, ha portato a casa i premi - meritatissimi - per il miglior attore e la migliore attrice. Per molti, me compreso, questo film di Wang Xiaoshuai che attraversa anni, personaggi, separazioni e ricongiungimenti, è stato il vincitore morale della scorsa edizione della Berlinale. Un melodramma fluviale e bellissimo, un film-romanzo commovente e emozionante, dove l'equilibrio tra le parti è talmente riuscito che è la storia di una famiglia, e la sua sobria ma commovente drammaticità, che casomai oscura un quadro storico e sociale di grande rilevanza, e che così facendo, per paradosso, lo rende ancora più efficace.

Psykosia

Ha avuto la sua prima mondiale alla Settimana della Critica del Festival di Venezia, questo film che mette insieme in maniera sorprendente il dramma bergmaniano e il thriller psicologico con venature horror, tutto ambientato in una struttura psichiatrica gestita da Trine Dyrholm nel quale una giovane ricercatrice e una paziente con tendenze suicide intrecciano un rapporto complesso, morboso e sorpendente. Come è sorprendente la precisione e l'eleganza dello sguardo dell'esordiente Marie Grahtø che gestisce le vicende del film e la sua messa in scena con una precisione chirurgica e nessun tipo di facile ammicco allo spettatore. A dispetto del tema.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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