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"I have dark circles under my eyes, deal with it." Benicio del Toro

Ha le occhiaie perenni, è alto e grosso, sguardo intenso, voce bassa e tende a borbottare. Fuma(va) come un turco e non è indifferente al fascino femminile. Chiunque abbia lavorato con lui si spertica in lodi sul suo talento e sul suo impegno: non a caso Benicio del Toro è uno dei migliori attori della sua generazione.

"I have dark circles under my eyes, deal with it." Benicio del Toro

"I have dark circles under my eyes, deal with it." Benicio del Toro

Adesso si starebbe preparando ad interpretare uno dei tre Stooges nel film comico messo in cantiere dai fratelli Farrelly. Dico, ma ce lo vedete uno come Benicio del Toro a fare il marmittone? Uno grande e grosso, con la voce profonda e borbottante, serio e intenso da intimorire, a darsi da fare a colpi di slapstick? Sarà stato l’amico Sean Penn, che l'ha diretto in film come Lupo solitario e La promessa e l'ha definito "un animale recitativo", a convincerlo. Eppure, c’è da scommettere che del Toro porterà a casa un’altra interpretazione da ricordare: ché di talento, lui, come l’amico, ne ha davvero da vendere.

E dire che a questo ragazzo portoricano dall’adolescenza irrequieta il massimo che è stato offerto all'inizio della carriera fu il ruolo di villain di un film di James Bond. Per la precisione ha interpretato il laido e pericolosissimo Dario in 007 -Vendetta privata, uno dei due film della serie con protagonista Timothy Dalton, diventando l'attore più giovane di sempre ad interpretare un cattivo della saga bondiana.

Ma da allora, anno 1989, al primo grande breakthrough della sua carriera, sarebbe passato del tempo. Perché Benicio del Toro viene finalmente notato come si deve solo sei anni dopo: grazie a I soliti sospetti di Bryan Singer, dove rende memorabile il personaggio di Fenster grazie ad una parlata borbottata ai limiti dell’incomprensibile: invariabilmente andata persa “grazie” al doppiaggio italiano. Una parlata che lì per lì lo stesso Singer, durante le prove, pensò uno scherzo, ma che poi capì essere una scelta precisa da parte di un attore che, fin dall’inizio, si era dimostrato poco propenso ai compromessi e alle vie di mezzo, fedele solo alla sua idea di recitazione e alla sua intensità. E che gli altri andassero a farsi benedire.

Il risultato è noto: è sia per il talento che per l’approccio al lavoro che Benicio vede la sua carriera decollare gradualmente, apparendo al fianco di De Niro in The Fan e finendo sul set di Fratelli di Abel Ferrara. Persino un regista che in carriera ne ha viste tante, e che non è esattamente noto per le sue posizioni compromissorie o moderate come Terry Gilliam, si è dovuto levare il cappello di fronte alla totale dedizione di del Toro al ruolo dell’avvocato strafatto Oscar Zeta Acosta (alias Dr. Gonzo) in Paura e delirio a Las Vegas. Parlando dello stile di del Toro e del suo atteggiamento sul set, il regista ha utilizzato aggettivi come “sfiancante” e “pauroso", ma anche “straordinario”. E non solo perché l'attore ingrassò di 18 chili o fece intense ricerche sul vero Acosta prima di arrivare sul set. Ma per esempio per via del suo essere sempre "dentro" la parte, o per il fatto di non aver battutto ciglio nel rifare più volte una scena nella quale - per sua scelta - si spegneva davvero una sigaretta sul braccio.

Le capacità di del Toro erano e sono tali e tante che, nonostante sia un personaggio non propriamente integrato ed omogeneo all’establishment hollywoodiano e alle sue procedure, la consacrazione anche da parte del Sistema non avrebbe tardata ad arrivare. L’Oscar gli viene consegnato nel 2001 da Angelina Jolie per la sua performance in Traffic di Steven Soderbergh, dove interpreta il ruolo di un onesto poliziotto della corrottissima città messicana di Tijuana. Nel discorso di ringraziamento Benicio dimostrò di non essere una star come tante, citando e ringraziando gli abitanti delle due Nogales dove il film fu girato, quella in Ariziona e quella oltre il confine degli Stati Uniti. 

La cerimonia degli Oscar in questione non fu quella dopo la quale – si mormora – il nostro (che non nasconde di essere un donnaiolo) e Scarlett Johansson si scambiarono intensi "pareri professionali" dentro un ascensore del celeberrimo Chateau Marmont di Los Angeles. Lì si parla del 2004. Ovvero di quella che vedeva del Toro nominato come miglior attore non protagonista in 21 grammi. Nel frattempo c'erano stati film come Snatch, dove ha dato vita al personaggio Franky Four Fingers, e soprattutto il sottovalutato The Hunted di William Friedkin, nel quale il duello a distanza e non tra lui e Tommy Lee Jones travalica la fisicità di un inseguimento o di una lotta corpo a corpo per assumere sfumature e connotati interiori come solo poteva accadere grazie a due attori di razza come loro.

E così, passando anche per Susanne Bier, Benicio arriva al ruolo con cui è in questi giorni al cinema assieme a quel Soderbergh che gli ha fatto vincere l’Oscar. Bisogna ammetterlo: una cosa è la bravura, un’altra il carisma. E bisognava averne a pacchi di entrambi per interpretare un personaggio che sta stampato su poster, magliette e adesivi da decenni evitando di appiattirsi sullo status di gadget e di risultare con uno spessore analogo a quello degli oggetti menzionati. Eppure, nei due film in uscita nel nostro paese, del Toro ha domato anche Ernesto Guevara de la Serna, detto il “Che”: e lo ha fatto a modo suo. Ovvero con intensità e passione, diventando il suo personaggio e non la reale persona, assomigliando ma non mimetizzandosi, borbottando ed inventadosi gesti e manie.

Nel futuro prossimo – oltre che nei panni del marmittone – lo vedremo novello licantropo nel nuovo The Wolf Man della Universal, e sarà sul set con Martin Scorsese che ha fortemente voluto lui e un altro attoruncolo, tale Daniel Day-Lewis, per un nuovo, ambizioso progetto intitolato Silence.

In un caso come nell'altro, non vediamo l'ora. 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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