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I giganti e la loro consapevolezza di aver perso: incontro con Bonifacio Angius, in concorso a Locarno 2021

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Un gruppo di vecchi amici segnati dalla vita e dall’assenza della figura femminile si ritrovano in una casa sperduta nella campagna sarda. Incontro dal Locarno Film Festival con l’unico regista italiano in concorso, Bonifacio Angius, per I giganti.

I giganti e la loro consapevolezza di aver perso: incontro con Bonifacio Angius, in concorso a Locarno 2021

I giganti sono tali, perché hanno la “consapevolezza di aver perso”. Così descrive Bonifacio Angius i suoi antieroi, i protagonisti - fra cui lui stesso - del suo terzo film da regista. A distanza di sette anni dalla presentazione al Locarno Film Festival della sua opera prima, Perfidia, il regista sardo torna in concorso con il suo film più coraggioso e disperato, I giganti. Ambientato e diretto durante il sconfinamento dovuto alla pandemia, racconta “una rimpatriata fra vecchi amici, in una casa sperduta in una valle dimenticata dal mondo. Tanti ricordi, piombo, e storie d’amore dall’abisso”. 

Una sintesi breve, quella della trama ufficiale del film, ma in grado di trasmettere il senso di disagio, se non di tragedia imminente, che fa salire la tensione all’interno di quelle quattro mura. “Sanno di aver perso”, ci ha detto il regista nel corso di un’intervista. “È un film che mi inorgoglisce. Non per presunzione, ma si vede come questo gruppo di persone si potesse raccontare solo attraverso il cinema. Mi ha sorpreso. A tre quarti del montaggio mi sono reso conto che mi rappresentava moltissimo. Trasmetteva tutto il dolore vissuto negli ultimi anni, fra il Covid e tante altre cose. Una disperazone palpitante, ma giocando col genere, dal western all’horror. Non credo sia pessimista, ma rappresenta quello che provo. A un regista horror nessuno darebbe del pessimista perché mostra il diavolo che possiede una creatura. Ho usato i canoni del genere, mettendo in scena quello che volevo. Amo tutto il cinema, ovviamente quando è fatto bene."

Una storia che prosegue fra dialoghi serrati e stralunati, con atmosfere alla Bukowski e una febbre di vivere hard boiled uscita dalle suggestioni Dashiell Hammett. Il tutto con una fotografia quasi desaturata e giocata sulle lunghe ombre, esteriori come interiori, di Angius e gli altri convincenti interpreti. Su tutti Stefano Dessenu e un sorprendente Riccardo Bombagi

La struttura è quella della tragedia greca”, prosegue Angius, “con tanto di canto d’uscita e deus ex machina. I protagonisti hanno infranto un divieto divino e ne pagano le conseguenze, i conflitti sono laceranti, dopo che una catastrofe ribalta una vicenda iniziata su toni positivi. Lo stile poetico rimanda a una ricerca formale nei dialoghi molto precisa, così come nella scelta delle scenografie, dei costumi, della colonna sonora. Ci siamo divertiti molti. Abbiamo giocato con una libertà d’espressione difficilmente ripetibile. Delle vere coincidenze astrali hanno portato alla realizzazione di questo film, in cui abbiamo lavorato con una troupe ridotta, professionisti mescolati a giovani a cui abbiamo fatto saltare il terribile rito della gavetta. Una collisione che ha portato sul set un clima veramente libero e puro, per me è stato un grande regalo. Non mi piace prendermi sul serio, ma ho lavorato in stato di trance, è venuto tutto naturale, in maniera ludica.”.

Una parabola senza speranza, quella de I giganti, in cui Angius ha “camminato sulla corda, con da una parte il ridicolo e dall’altra il drammatico estremo. Mi sembra un’opera filosofica scritta da un cialtrone, che finisce per parlare dei massimi sistemi pur non avendolo richiesto. Mi ricorda i primi film di Polanski, come L’inquilino del terzo piano. Abbiamo osato, ma secondo me i film veri si fanno rischiando, altrimenti realizzi opere mediocri, omologate. È da vedere e rivedere, estremo e doloroso, ma non per questo lontano dal pubblico, anche se non fa prigionieri. Poi basta con questa voglia di forzare la visione di un futuro migliore. Ma quando mai, sono cinquant’anni che scaviamo il fondo. Perché dovrei essere ottimista e dire le bugie?”.

I personaggi del film di Angius si aggirano per stanze usurate dal tempo e dall’arredamento rigorosamente immutabile, in uno stato febbrile, fra alcol, droghe e uno stordimento costante più esistenziale. “Non c’è morbosità nel parlare delle droghe, ma neanche moralismo. Non diciamo che sono fichi perché si fanno, semmai quanto siano coglioni nel farlo, oltre a mostrare cosa provoca il consumo. L’ironia serve per sopportare la morte, con la volontà di distruggere la mascolinità italiota come in un film di Ferreri. Come risposta a quelli che potranno dire che I giganti sia misogino rispondo dicendo che è esattamente il contrario. Per citare Piero Ciampi, “la tua assenza è un assedio”. La figura femminile è centrale: tutto è disperazione, generata propria dalla sua mancanza. Non ho voluto scriverlo, mi sembrava melenso, ma questo film è una dichiarazione d’amore alla donna che mi accompagna giorno dopo giorno nella vita. Se devo essere sincero, non sono per la parità dei sessi. La donna ha qualcosa in più, lo devo ammettere. Mi dispiace, ma è così, anche solo per essere madre. Addirittura, io ho l’invidia dell’allattamento. Quando lo faceva la madre di mio figlio Antonio mi domandavo: perché io no?”.

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