I due volti di Grace Jones

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I due volti di Grace Jones

La camera è sgranata, riprende un famiglia numerosa all’interno di una sala da pranzo come tante altre, mentre il caldo costringe i presenti a sventolarsi. È una situazione domestica, una delle più comuni, ma più interessanti, del documentario che Sophie Fiennes, sorella della dinastia composta da Ralph e Joseph, ha dedicato all’icona Grace Jones: Bloodlight and Bami. Poche persone hanno rappresentato la liberazione del corpo femminile in scena, sotto gli occhi di fotografi, televisioni, cinema e ogni forma di rappresentazione della società dello spettacolo, come questa giamaicana, nata modella, cantante, poi diventata icona pop della New Wave. 

In questo documentario, che arriva ora nelle sale come evento speciale il 30 e 31 gennaio dopo una presentazione al Torino Film Festival, la statuaria Jones viene seguita nel corso di una decina d’anni nei momenti intimi come il ritorno in famiglia a cui accennavamo prima. Una crescita non facile, la sua, in una famiglia religiosa che non sempre ha accompagnato con l’incoraggiamento sperato la crescita della futura cantante. Il ritorno a casa, anche se solo per pochi giorni, è occasione per ritrovare i ritmi di una quotidianità perduta, ma anche di far arrivare allo spettatori la nota stonata di ferite non risolte legate all’infanzia, rimosse dai genitori che non hanno mai voluto parlarne.

Non mancano delle performance live in cui vedere Grace Jones trasformarsi nella pantera che tutti conosciamo, con la sua voce imponente a rubare la scena, mentre canta classici come Slave To The RhythmPull Up To The Bumper. La Fiennes ha voluto che nel suo lavoro sull’intimità, sulla quotidianità lavorativa di una donna ancora molto impegnata e alla ricerca di nuovi progetti, sempre in piena libertà, non mancasse il suo volto più conosciuto, quello con la maschera da palcoscenico, pronendocela anche formalmente con tutt’altra qualità di ripresa, audio e video. Impressiona ancora il suo carisma, la capacità di catturare l’attenzione e manipolare lo spettatore. A 69 anni  impressiona l’energia di cui il suo corpo è ancora portatore, sfrontata al punto da godersi con un sorriso sornione un nudo integrale a favore di camera.

Una Grace bifronte, con trucco o al naturale, nel divano di casa o in una delle suite d’albergo in cui passa ancora molto del suo tempo, sempre al telefono, in bilico fra la cortesia sussurrata di un’autorità spirituale e l’ira selvaggia quando non viene accontentata nei suoi progetti sempre coraggiosi. Il documentario della Fiennes ci racconta anche la preparazione di un suo album, interamente auto prodotto; inutile bisogno di dirlo. 

Una duplicità sintetizzata dal titolo: Bloodlight in giamaicano si riferisce alla luce rossa che si illumina quando si sta registrando in sala d’incisione, mentre Bami è la focaccia giamaicana fatta con farina e tapioca, elemento base della dieta quotidiana paragonabile al pane, simbolo della sostanza della vita stessa.

Sophie Fiennes evita interviste sedute o materiali di repertorio per creare una materia viva, come la pantera che racconta, alternando continuamente privato e pubblico, rimanendo fedele all’anima anticonvenziale di una donna impossibile da etichettare, ma che per decenni ha usato i meccanismi della comunicazione per diventare e restare una vera icona del XX secolo, un esempio di pop art umana che ha goduto, e gode, di ben più di 15 minuti di celebrità.




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