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I 65 anni di Robert Zemeckis, regista di Ritorno al futuro e Forrest Gump

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Facciamo gli auguri a un mito per tutti gli appassionati, provando a capire cosa abbia caratterizzato il percorso di questo autore.

I 65 anni di Robert Zemeckis, regista di Ritorno al futuro e Forrest Gump

Il 14 maggio 2017 compie 65 anni Robert Zemeckis, il creatore di Ritorno al Futuro, il regista di Forrest Gump, l'uomo che sopravvisse a Chi ha incastrato Roger Rabbit. Pur avendo creato la sua porzione di immaginario collettivo, Zemeckis non è mai idolatrato quanto altri autori: non troppo comunicativo e vivace durante le interviste, non facilmente identificabile con un genere, affascinato dalla tecnica cinematografica quanto è affascinato dai suoi contenuti. Eppure la storia di Robert Zemeckis è la storia di un appassionato di cinema che ha seguito il suo sogno senza particolare retorica, per canali ufficiali, e di un'ascesa significativa perché tutt'altro che rapida.

Il canale ufficiale

Bambino in quel di Chicago negli anni Sessanta, Robert non vive in una famiglia dedita all'arte, anzi: "Nella mia famiglia non c'era musica, non c'erano libri, non c'era teatro." Se non fosse per le suggestioni che gli arrivano dalla tv, il piccolo Bob non prenderebbe in mano la cinepresa 8mm del babbo. Quando scopre l'esistenza di una cosa chiamata "scuola di cinema", per la precisione la celebre University of Southern California's School of Cinematic Arts, si iscrive nonostante i genitori siano "preoccupati" per una scelta così chimerica e così lontana dalla loro sensibilità.



Se rintracciate su YouTube i primi due cortometraggi di Zemeckis, The Lift (1971) e A Field of Honor (1973), se per caso vi siete mai avvicinati a una scuola di cinema, magari in prima persona seguendo come Bob il vostro sogno, riconoscerete subito quella magica atmosfera: la volontà ingenua di essere autori, la semplice sperimentazione con l'immagine e col montaggio, l'entusiasmo velleitario, la voglia di trasmettere se stessi in qualche maniera attraverso lo sforzo di gestire una squadra di persone.
Cresciuto nell'adorazione di uno spettacolo non intellettuale, Zemeckis si sente un pesce fuor d'acqua nella scuola di cinema imbevuta di avanguardia, in sintonia soltanto con quello che diventerà uno dei suoi più cari amici e collaboratori: Bob Gale.

Ringraziamo Steven Spielberg e Michael Douglas

Robert Zemeckis deve il consolidarsi della sua carriera a due persone. La prima è Steven Spielberg che, sulla cresta dell'onda come regista, negli anni Settanta decide di darsi alla produzione e dà ben tre chance a Zemeckis e Gale, al loro entusiasmo e alla loro visione del mezzo, così vicini ai suoi. 1964 - Allarme a New York: arrivano i Beatles (1978) e La fantastica sfida (1980) sono i primi due lungometraggi della coppia Zemeckis-Gale, il primo alla regia, il secondo alla produzione, entrambi alla sceneggiatura. Sono commedie scatenate, un po' nere e scorrette a uno sguardo attuale, ben girate, ma sono dei flop. Spielberg insiste con Zemeckis e Gale anche quando tutto sembra remare contro la sua scelta. Nel momento in cui il copione scritto da entrambi genera nel 1980 il primo flop della carriera registica di Steven, 1941 - Allarme a Hollywood, le strade del duo e di Spielberg devono però separarsi per forza di cose.

E' questo che intendiamo quando parliamo di percorso signficativo: un giovane di talento, con formazione professionale regolare, perfino con lo sponsor giusto, eppure senza fortuna. Anche se Zemeckis e Gale non hanno mai smesso di scrivere e sperare, è grazie a Michael Douglas che la carriera di Bob riparte. Per qualche ragione infatti Douglas, che sta preparando All'inseguimento della Pietra Verde (1984) come produttore e interprete, decide che quell'accanito ma non riconosciuto neotrentenne sia il regista ideale per la verve che cerca.



E finalmente il nome di Robert Zemeckis, dopo il successo al botteghino del film, non terrorizza più le major. Spielberg, che in lui ha sempre creduto, lo riprende sotto l'ala protettiva della sua Amblin Entertainment, e all'improvviso non è più così difficile piazzare alla Universal questa sceneggiatura su cui i due Bob hanno dato l'anima per anni: un viaggio nel tempo, un surreale rischio d'incesto, una nostalgia per gli anni Cinquanta, due interpreti fenomenali e un capolavoro. Parliamo chiaramente di Ritorno al futuro, e il resto è storia.

La tenacia

Ci sono almeno due episodi che inquadrano perfettamente le certezze granitiche di Zemeckis, dietro quello sguardo in apparenza bonomico. Il primo è ormai leggendario: la sostituzione di Eric Stoltz con Michael J. Fox in Ritorno al futuro, a riprese già iniziate. Si può fantasticare quanto si vuole su quello che Zemeckis sarà andato a comunicare al povero Stoltz nella sua roulotte, ma rimane il fatto che prendere una decisione del genere significa confrontare la realtà con un film già precisamente costruito nella propria mente. Regia allo stato puro, ma soprattutto carattere, una delle cose che una scuola di cinema non può - ahimè - insegnarti.



Il secondo episodio meno noto è la faccia di bronzo che mostra Zemeckis dopo la disastrosa anteprima di Chi ha incastrato Roger Rabbit a un pubblico selezionato: ha il final cut per contratto e decide che il film non si debba modificare di una virgola, nonostante i vertici della Disney siano in preda al panico, saggiando le reazioni. Così com'è, il film per lui ha un suo senso e un suo perché. Se fosse un flop, se quel pubblico avesse visto giusto, la sua carriera finirebbe, questa volta sul serio. Non finisce. Il film lo consacra.

Il feticismo tecnico

Non sappiamo se sia davvero l'aspetto più caratterizzante della sua carriera, ma il cinema di Robert Zemeckis è sempre stato affascinato dalla sperimentazione negli effetti visivi. Non solo i fotomontaggi più sofisticati ed evidenti come in Chi ha incastrato Roger Rabbit, ma anche il lavoro più sottile sugli effetti invisibili che solo l'occhio allenato nota e che servono la storia: è il caso della piuma di Forrest Gump (1994) o delle acrobazie post-hitchcockiane della macchina da presa in Le verità nascoste (2000). Purtroppo, a parere di chi vi scrive, è stata proprio questa tendenza a ingolfare la scioltezza di Zemeckis nel primo decennio dei 2000, quando l'ossessione per la performance capture ha partorito un cinema molto più freddo di quello dei primi tempi: Polar Express (2004), La leggenda di Beowulf (2007), A Christmas Carol (2009).



Anche se sarà umanamente difficile replicare la magia degli anni Ottanta e quanto Zemeckis ha dato a una generazione con Ritorno al Futuro e Chi ha incastrato Roger Rabbit, alcuni ultimi exploit come Flight (2012) ci fanno capire che il buon vecchio Bob è ancora lì. Ironico, appassionato e sicuro con la macchina da presa com'è sempre stato. Cento di questi giorni!

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