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Human Zoo - recensione del film di e con Rie Rasmussen presentato nella sezione Panorama

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Il film che ha inaugurato la sezione Panorama (tradizionalmente quella meno allineata e più interessante del Festival di Berlino) è l’esordio nel lungometraggio della modella, fotografa e cineasta Rie Rasmussen. Una storia iperdinamica e aggressiva sulla condizione femminile nel mondo ma non solo.


Human Zoo - recensione del film di e con Rie Rasmussen

Rie Rasmussen. Il nome ai più non dirà molto, ma in tanti invece si ricorderanno della modella ingioiellata e seminuda che amoreggia con Rebecca Romijn nei bagni del Palais di Cannes nel folgorante inizio di Femme Fatale. Altri invece la potranno identificare con l’angelo sboccato di Angel-A. E proprio grazie al supporto produttivo di Besson, la Rasmussen debutta ora dietro la macchina da presa lungometraggio cinematografico, dopo alcune esperienze come regista di corti e come fotografa.

Human Zoo è in tutto e per tutto un film di Rie Rasmussen: che non solo l’ha diretto e interpretato, ma anche sceneggiato e montato. Piazzandovi dentro scampoli di vita vissuta, suoi scatti fotografici dall’Afghanistan e altre zone del mondo, e quello che lei stessa ha definito “la sua musa”, il suo compagno Nick Corey. Ovviamente nel ruolo del suo amante.

Human Zoo racconta la storia di Adria, una ragazza serbo-albanese con un mix continuo di due linee temporali. La prima racconta di quando durante la guerra in Kossovo Adria fu salvata da uno stupro da un miliziano (poi disertore) e della sua vita con l’uomo, diventato uno spietato gangster nella giungla del post-conflitto; la seconda è quella del presente, dove la ragazza vive a Marsiglia come immigrata clandestina, innamorandosi del personaggio di Corey, e sognando di poter cambiare la sua vita. Ma le atrocità cui ha assistito in patria e quello che ha imparato per difendersi, le torneranno utili anche in Francia, seppur per salvare una cara amica.
I temi del film della Rasmussen non sono privi d’interesse: si parla degli orrori e delle ingiustizie che sembrano trasversali ad ogni confine etnico o geografico, si mette in primo piano una sorta di post-femminismo che vorrebbe stimolare le donne oppresse di tutto il mondo ad andare alla riscossa armate del proprio coraggio, di immigrazione e di conflitti tra mondo occidentale “civilizzato” e le aree depresse, conflittuali e più “barbare” del pianeta.
Tanti temi, quindi; forse troppi. La Rasmussen è evidentemente un’entusiasta e un’iperattiva, e il suo film è di conseguenza bulimico, in tutto e per tutto. La narrazione è frenetica e nervosa, lo stile gli va dietro a ruota: Human Zoo gioca in maniera estremizzata col montaggio, con le angolazioni di camera, con le immagini in generale e la loro declinazione.

Sarebbe ingiusto negare che qualche idea valida di sceneggiatura e di regia la Rasmussen la dimostra e la mette in pratica degnamente. Ma altrettanto onestamente va riconosciuto come il suo film sia evidentemente vittima della voglia di strafare da un lato e da quell’atteggiamento pseudo-artistoide e compiaciuto che caratterizza un certo ambiente sociale.

Human Zoo appare narcisista anche nelle sgradevolezze fisiche e mentali, che vorrebbe rappresentare, è talmente sottilmente barocco da risultare stucchevole, e annega le sue già non troppe potenzialità in una marea di ingenuità, di momenti pulp o ironici d’accatto, di cadute di stile. E per cadute di stile non intendiamo certo il fatto che la Rasmussen si esibisca ammiccante in tutta la sua sensualità in scene anche mediamente esplicite, pur tendendo complessivamente a mortificare la sua bellezza.

Il fatto è che guardi Human Zoo, a volte t’incuriosisci, altre t’infastidisci. Anche profondamente. Ma quello che ti limita davvero è che non riesci a guardare il film e ad evitare di pensare alla ex modella danese che riguarda il suo operato e pensa compiaciuta “quanto sono artista, quanto sono fica”, circondata da stuolo di cortigiani adoranti.

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