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Howl, recensione del film in concorso a Berlino 2010

Epstein e Friedman, premio Oscar nel 1984 per The Times of Harvey Milk, raccontano Allen Ginsberg e il suo poema più celebre con un film che non è né fiction né documentario né animazione, ma tutte e tre queste cose combinate assieme.

Howl, recensione del film in concorso a Berlino 2010

Howl, recensione del film in concorso a Berlino 2010

Epstein e Friedman, premio Oscar nel 1984 per The Times of Harvey Milk, con Howl raccontano Allen Ginsberg e il suo poema più celebre con un film che non è né fiction né documentario né animazione, ma tutte e tre queste cose combinate assieme.

Nel 1955, Allen Ginsberg scrive "Howl" ("L'urlo"), il poema che diverrà un vero e proprio simbolo e un manifesto della beat generation e di quanto le succederà. Lo stesso anno lo recita per la prima volta in pubblico, quello successivo Lawrence Ferlinghetti lo dà alle stampe. Nel 1957 Ferlinghetti – e con lui, indirettamente, Ginsberg – viene messo sotto processo per aver dato alle stampe un libro considerato "osceno" per la schiettezza e la rabbia gioiosa e non con la quale racconta la vita dei beat e dell'autore, del mondo: della droga, del sesso e, soprattutto, dell’omosessualità. Ferlinghetti verrà assolto dall’accusa, "Howl" diverrà sempre più popolare. Il resto è storia.

Come raccontare questi eventi nel rispetto di uno spirito e della verità? E soprattutto, come raccontare al cinema le parole, il senso, la necessità di un poema ancora attualissimo? La risposta di Rob Epstein e Jeffrey Friedman è stata semplicissima nella sua complessità: il loro uovo di Colombo è stato alternare in Howl ricostruzione di fiction, una forma documentaria che tale non è perché ricostruita anch’essa, e dell’animazione. Rispettivamente per raccontare le fasi processuali vere e proprie, l’intervista ad un Ginsberg interpretato da un vero James Franco e la sua prima esibizione in pubblico con Howl, e la traduzione in immagini dell’opera.

Perché, per dirla con uno dei testimoni del processo in questione, “non si può spiegare la poesia con la prosa, altrimenti non è più poesia”: ed ecco che i versi integrali dello scritto di Ginsberg rivestono un ruolo di primissimo piano nel film, solo accompagnati da riuscitissime animazioni che ne rispettano la carica selvaggia, l’appassionata potenza, la disarmante sincerità. Solo attraverso un processo di questo tipo il resto dell’impianto – il processo, le parole di commento del poeta – riescono ad avere un senso compiuto e ampio, in grado di toccare anche il nostro presente e non solo di essere uno spaccato storico.

Compostamente appassionato e documentaristicamente vibrante, e privo di retoriche furbamente provocatorie (così come provocatorio per il gusto di esserlo Ginsberg non è mai stato) Howl infatti non riesce a celare fino in fondo un velo di amarezza, e delle domande dolenti. Quelle domande che sono il senso e il fine ultimo di tutto il film. Chi urla, oggi? Dove sono le menti migliori di questa generazione, quelle che non hanno rinunciato a parlare con la loro voce, a vivere e soffrire senza castrarsi nella e con la norma più codificata, nel nome dell’amore e della libertà? Dove quello spirito di giustizia e quel diritto che nel 1957 vedeva in Ginsberg una voce magari fuori dal coro ma necessaria nella e per la libertà? Dove la voglia di contrastare Moloch con bombe di gioia e amore?

Chi urla oggi?


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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