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Honey Boy: la recensione del film scritto e interpretato da Shia LaBeouf presentato alla Festa del Cinema di Roma

Un'autobiografia irrisolta, ma sincera e appassionata dell'attore americano.

Honey Boy: la recensione del film scritto e interpretato da Shia LaBeouf presentato alla Festa del Cinema di Roma

C'è un giovane attore che, dopo l'ennesima sbronza, l'ennesimo incidente e l'ennesima lite con la polizia, viene spedito in rehab. Per l'ennesima volta. L'ultima, prima della galera.
Lì, il giovane attore è obbligato a fare i conti con quegli eventi che, nel suo passato, lo spingono verso una sindrome post traumatica da stress. E gli eventi sono quelli della sua infanzia. Quando, attore bambino appena dodicenne, divideva le suo giornate con un padre ex alcolista, ex detenuto, ex clown di rodeo, non cattivo ma egoista e incapace di amare, pieno di dolore, di problemi, di frustrazione.
Il giovane attore, nel presente del film, è Lucas Hedges; il padre, nel passato che riemerge a frammenti nel ricordo, è Shia LaBeouf; l'attore bambino, Noah Jupe.
Ma in realtà è il giovane attore a essere LaBeouf, che di questo film è sceneggiatore, e che in questo film mette in scena una storia che è la sua, che è quella della sua vita.

"Scriverò un film su di te," annuncia alla fine di Honey Boy Hedges a papà LaBeouf, in quella che forse è una sua fantasia. Che risponde, sorridendo, "fammi fare bella figura."
Non so se il papà di Shia LaBeouf, rievocato in questo modo, faccia davvero una bella figura. Probabilmente no, non sarebbe stato possibile. Né giusto. Quello che emerge, però, è tutta la sua umanità, la sua fallibilità, la sua sofferenza. La voglia di evitargli una condanna.
Come emerge pure la sofferenza del figlio, ultimo anello di una catena pesante fatta di alcool e rancore, dalla quale cerca di liberarsi attraverso la sublimazione del cinema, dell'esposizione pubblica della sua storia.

Sincero, e sentito, Honey Boy lo è di sicuro. Nella scrittura, nella recitazione. Non poteva forse essere lo stesso, non nello stesso grado, per forza di cose, per la regia: che pure l'esordiente Alma Har'el dispiega dribblando buona parte delle trappole che si parano davanti a chi, dall'universo multiforme del videoclip, si trova per la prima volta alle prese con i territori del cinema, e con la necessità di dispiegare una storia ampia e complessa.
Non sempre sincerità e investimento emotivo bastano al cinema, a questo film, perché non è facile lo scarto dall'autobiografia personale alla storia universale. La determinazione e la passione disperata con cui LaBeouf sceglie di raccontarsi, rischiano la miopia, forse perfino un comprensibile egocentrismo che non aiuta evidentemente le regista a trovare i toni e le misure.

Honey Boy è allora discontinuo, sfocato, a tratti perfino vagamente e paradossalmente retorico.  E, purtuttavia, è comunque una mappa impressionista di una vita e di un trauma, lisa e sbiadita dal tempo, piena di incongruenze, ma capace di restituire l'idea di un percorso accidentato, di un viaggio lungo un'esistenza, e di un punto di arrivo che si spera possa essere anche un a capo.
Per poter continuare a vivere e far cinema, finalmente, liberi grazie al perdono dal peso del passato e del rancore.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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