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Haut et Fort: il rap marocchino ad alto volume sulla Croisette di Cannes

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Il Casablanca Beat e la musica marocchina come strumento di emancipazione sociale della gioventù, maschi come femmine, nell'energetico ritratto Haut et Fort di Nabil Ayouch, in concorso al Festival di Cannes. La recensione di Mauro Donzelli.

Haut et Fort: il rap marocchino ad alto volume sulla Croisette di Cannes

Un uomo è ripreso di profilo, dal sedile del passeggero, mentre in macchina guida veloce per le strade di una città costiera, ascoltando ad alto volume musica hip hop. Ha lo sguardo severo, segnato da evidenti prove a cui la vita l’ha sottoposto. Non siamo a Miami, o nel ghetto di South Los Angeles, ma a Casablanca, mentre un ex rapper si aggira per un quartiere problematico, Side Moumen, segnato dalla predicazione islamica fondamentalista, luogo natale di alcuni terroristi, ma anche realtà dinamica in cui l’arte è un fiore che cerca di crescere nell’asfalto, accudito con passione da un gruppo di ragazzi e ragazze che si ritrovano in un centro culturale che il rapper, Anas, sta cercando per prendere servizio come insegnante. 

Il nuovo arrivo incoraggia gli studenti, in lotta costante contro una realtà sociale ostile al cambiamento, alle prese con la rottura delle tradizioni attraverso una musica come quella hip hop, costruita su stilemi tipici della cultura afroamericana, in un paese religioso come Il Marocco. Si riconoscono nello slancio ribelle di quell’universo, combattendo battaglie però in ritardo di qualche decina d’anni rispetto ad altre realtà. Soprattutto le ragazze sono viste come poche di buone o mezze nude, anche quando indossando magliette sformate e al massimo qualche taglio su un jeans

I giovani e le giovani di Haut et Fort sono piene di energia, trascinanti, esprimono tutta la rabbia attraverso l’hip hip, come rapper o come ballerini, e in questo compiono a loro modo dei passi rivoluzionari. Sono testimoni delle difficoltà e dei fallimenti delle generazioni marocchine che li hanno preceduti, costrette a sottostare a un clima controllato dalla monarchia, certo non interessata alla modernizzazione sociale, a rivedere i diritti, a prendere atto di una fluidità di genere, sessuale, o semplicemente permettere alla donne in una famiglia di non dover sottostare alla potestà di un maschio, anche del fratello, oltre che del padre.

Una gioventù gioiosa eppure politica, quella raccontata nel film di Nabil Ayouch, nato in Francia da padre marocchino, arrivato in concorso a Cannes con Haut et Fort dopo essere transitato per Un Certain Regard. In Much Loved aveva raccontato un altro microcosmo poco conosciuto e socialmente rispettato in patria, come quello delle prostitute, con tanto di divieto di uscita in Marocco del film, “grave oltraggio ai valori morali delle donne marocchine, evidente violazione dell’immagine del regno”. Succederà lo stesso per Haut et Fort, che si “permette” di trascinarsi a ritmo di musica impegnata politicamente e balli? Gli interpreti - per lo più non professionisti - sono scelti e guidati con un realismo prossimo al documentario, rievocando esperienze personali vissute da Ayouch da giovane. Un genere musicale, secondo le parole del regista, che permette di “aver accesso all’intimità dei personaggi, di avvicinarli per meglio comprenderli”.

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