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Harry ti presento Sally... (o dello strano caso del Premio Oscar alla migliore sceneggiatura del 1990)

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Nora Ephron ottenne una nomination all'Academy Award per il copione della commedia romantica par excellence dei tempi moderni. E perse.

Harry ti presento Sally... (o dello strano caso del Premio Oscar alla migliore sceneggiatura del 1990)

Cosa sia Harry, ti presento Sally..., e cosa rappresenti per il cinema americano moderno, la commedia romantica moderni e la cultura popolare degli ultimi trent'anni, lo sappiamo tutti benissimo. E non è certo il caso di stare ancora a spiegare l'ovvio e a soffermarsi sull'universalmente risaputo.
Basti dire che è uno di quei film che non ci si stanca mai di vedere, e che quando passano in tv molti di noi, se ci si imbattono, non possono fare a meno di rivedere.

Spesso, gli esegeti di questa commedia di Rob Reiner sono però gli stessi che guardano ai premi Oscar come a riconoscimenti quasi divini e incontestabili, come la prova provata di verità rivelate che stanno lì apposta a dimostrare il valore di questo o quel film, o di questo o quell'attore (o attrice, ovviamente, passando per ogni possibile sfumatura di genere: di questi tempi, è meglio ribadirlo).
Ebbene: proprio Harry, ti presento Sally... è però la testimonianza di quando il giudizio dell'Academy (che, lo ricordiamo, è fatti di giurati in carne ossa, di esseri umani, e come tali fallibili) possa essere relativo e perfino fallace.

A sceneggiare il film è stata Nora Ephron, autrice che non dovrebbe avere bisogno di tante presentazioni, una che ha scritto cose memorabili per il cinema e non, che ha lavorato spessissimo con Mike Nichols, e che - per farla breve - ha lasciato un segno indelebile e un vuoto non ancora riempito nel mondo della cultura popolare statunitense. Per Harry, ti presento Sally... la Ephron ottenne la sua seconda nomination all'Oscar della sua carriera, appunto per la migliore sceneggiatura originale, arrivata dopo quella di Silkwood e prima di quella per Insonnia d'amore.
La cinquina, va detto, era di livello elevatissimo. Assieme alla Ephron c'era il Woody Allen di una delle sue vette artistiche, Crimini e misfatti (nel quale peraltro proprio la Ephron appariva in un cammeo); c'era l'arrabbiatissimo Spike Lee di Fa' la cosa giusta; c'era l'esordiente Steven Soderbergh di Sesso, bugie e videotape, che aveva vinto la Palma d'Oro a Cannes. E poi c'era Tom Schulman, il meno noto del lotto, che però aveva scritto il copione dell'Attimo fuggente.

Ora, si possono avere tutte le opinioni del mondo, e ci si può giustamente commuovere quanto si vuole quando i ragazzi salgono in piedi sul banco al grido di "Capitano, o mio capitano" quando salutano per l'ultima volta il professor Keating di Robin Williams. Ma sostenere che quello di Schulman fosse migliore di copioni pressoché perfetti come quello di Allen o della Ephron, appunto, è davvero una dichiarazione eccessiva.

Per la cronaca, quello vinto da Schulman fu l'unico Oscar ottenuto dal film di Peter Weir su quattro totali. Se Williams dovette piegarsi al Daniel Day-Lewis di Il mio piede sinistro (che ci può stare), lo stesso Weir fu sconfitto dall'Oliver Stone di Nato il quattro luglio, mentre come miglior film fu preferito - reggetevi forte - A spasso con Daisy.
Venitemi ancora a raccontare che gli Oscar sono infallibili e verità rivelate.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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