H.O.T. Human Organ Traffic, recensione del documentario di Roberto Orazi

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H.O.T. Human Organ Traffic, recensione del documentario di Roberto Orazi

H.O.T. Human Organ Traffic, recensione del documentario di Roberto Orazi

Dal Brasile fino al Nepal, facendo tappa in Turchia, in Cina e, indirettamente, in Sudafrica, Israele, Russia, Romania, Germania, Italia, Stati Uniti, e tutti quei paesi (e sono tantissimi, quasi tutto l’Occidente “civilizzato”) che – come “fornitori”, intermediari o acquirenti, sono coinvolti in un traffico internazionale dalle cifre inquietanti ed in ascesa: quello degli organi.

È questo il percorso fatto da Roberto Orazi in questo documentario che prende le mosse dalle inchieste giornalistiche e dal libro che il giornalista dell’Espresso Alessandro Gilioli ha dedicato all’argomento, intervistando non solo alcuni esperti (come la fondatrice e direttrice di Organ Watch, l’antropologa americana Nancu Scheper Hughes) ma soprattutto personaggi realmente coinvolti – come “donatori”, come mediatori e come medici – in un traffico che solleva inquietanti interrogativi di ordine etico e filosofico, oltre che morale.

Perché Orazi - che ha girato in prima persona il suo documentario, dimostrando un occhio e una capacità di rifuggire dalle banalità formali non indifferenti - ha l’intelligenza di evitare di dare un giudizio a tutti i costi: che si tratti di coloro i quali hanno deciso di compiere un passo drammatico e impensabile come quello di mettere in vendita una parte del proprio corpo per via della povertà che vivono, o di coloro i quali traggono un profitto da questo commercio giustificandolo con un concetto sintetizzabile in “in fondo ho aiutato due persone che avevano bisogno, un povero e un malato”, i protagonisti di H.O.T Human Organ Traffic sono presentati nella chiave più oggettiva possibile, sì in tutte le loro ombre ma anche lasciando che la loro personale luce possa disorientare momentaneamente lo spettatore.

Così facendo, senza lasciare che la sua comunque chiara e più che condivisibile idea di fondo si faccia eccessiva interpretazione dei fatti e dei dati che vengono raccontati nel film, Orazi fa del suo documentario un prodotto essenziale, lineare (a volte fin troppo) ma comunque in grado di sollevare questioni disturbanti.

E non è un caso che la frase che chiude il film in didascalia, di Vandana Shiva, sia “Prima di poter far diventare la povertà storia, dobbiamo considerare la storia della povertà.” Che non significa, in questo caso, solo conoscere gli abissi verso i quali determinate condizioni possono spingere, ma anche comprendere che di fronte a certi estremi, l’indignazione morale e moralistica non può e non deve essere l’unica risposta possibile.

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