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Guillermo Del Toro: il talento e la visione

Hellboy 2: The Golden Army è senza dubbio una delle uscite più attese di questa torrida estate del 2008. Aspettando di vedere il film, dedichiamo uno speciale di approfondimento sul suo regista, Guillermo del Toro: uno dei nomi più chiacchierati degli ultimi tempi, soprattutto per la chiamata ricevuta dal regista messicano da parte di ...


Guillermo Del Toro: il talento e la visione

Col il suo prossimo progetto, l’attesissima riduzione in due film de Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien, il regista Guillermo del Toro passerà di sicuro dall’essere un autore di culto per un pubblico comunque ancora abbastanza circoscritto a diventare un cineasta di fama mondiale, come successo d’altronde a Peter Jackson, che diresse la trilogia de Il Signore degli Anelli e che ha voluto proprio il messicano al timone de Lo Hobbit.

Se dunque il futuro del regista messicano si preannuncia radioso, anche il presente di certo non è grigio: reduce dal successo internazionale de Il labirinto del Fauno, premiato con ben tre Oscar e con la nomination “personale” alla sceneggiatura, del Toro si appresta a tornare nelle sale cinematografiche con Hellboy: The Golden Army, seconda avventura dell’eroe demoniaco nato dal fumetto di Mike Mignola. Basterebbero già questi due titoli per raccontare con pienezza come il loro realizzatore sia un cineasta dotato di una visione di cinema molto personale, esplicitata attraverso un’estetica sempre riconoscibile.

Fin dall’esordio con l’horror Cronos, datato 1993, Guillermo del Toro ha infatti dato prova di possedere una spiccata capacità visionaria, e soprattutto la qualità innata di saper trasportare lo spettatore nel suo personale universo filmico. Proprio la sua prima pellicola è però anche rappresentativa di un certo disequilibrio narrativo, fattore presente in molti lungometraggi del cineasta, soprattutto in quelli in cui ha cercato di proporre al pubblico un cinema più personale e sfaccettato. Già, perché del Toro ha invece anche un’anima più divertita e cinefila, quella che ha esplicitato nei suoi prodotti più commerciali come ad esempio Mimic, l’horror che ha segnato il suo arrivo ad Hollywood nel 1997, nel primo capitolo di Hellboy, oppure quello che è a tutt’oggi il suo maggior successo commerciale, quel Blade II del 2002, che sotto molti punti di vista rimane forse la sua opera più compiuta e coordinata.

Detto della grande fattura visiva dei film del cineasta messicano, è il caso di tornare ancora sul fatto che del Toro però deve ancora regalare al suo pubblico un vero e proprio capolavoro, o meglio un prodotto che sappia coniugare con coerenza la sua estetica precisa ed un discorso narrativo più solido. Un esperimento molto interessante in questo senso, ma purtroppo non completamente riuscito, sono stati senz’altro i due lungometraggi che hanno tentato di legare racconto storico e fiaba oscura, e cioè La spina del diavolo e soprattutto Il labirinto del Fauno. Ambientati entrambi negli anni a cavallo tra la guerra civile spagnola ed il secondo conflitto mondiale, questi film rappresentano il lato più autoriale del cinema del messicano, la sua volontà precisa di dotare il suo racconto di uno sguardo rivolto al passato ed alla Storia; la capacità delle sue sceneggiature di saper fondere con pienezza le metafore della parte fantastica di queste opere con la narrazione storica necessita a nostro avviso di un deciso miglioramento.

Prendiamo ad esempio un lavoro rappresentativo come Il labirinto del Fauno, che basato su un soggetto potenzialmente pieno di spunti magnifici, soffre però di una sfilacciatura narrativa che a tratti rende incongruente il doppio binario realistico/fantastico su cui la vicenda si muove, e a causa di ciò costringe i significati presenti sotto forma di metafore di presentarsi come troppo espliciti per funzionare fino in fondo a livello emotivo.

Cineasta degno di enorme interesse, Guillermo del Toro in questi anni ha proposto un tipo di cinema imperfetto ma molto stimolante, che ha saputo cambiare più volte registro e proporre al pubblico spettacoli mai ripetitivi. Talento cinematografico di indubbio valore per quanto riguarda il suo lavoro sull’immagine, e la visione del tutto personale che essa porta con sé, del Toro dovrà in futuro dimostrare, sopratutto con Lo Hobbit, di essere regista capace di raccontare al grande pubblico il suo universo filmico affascinante ma ancora non completamente esplicitato, cosa che invece è riuscito a fare (anche con la successiva maturazione contenutistica) un altro genio visionario come Tim Burton.

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