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Grido di libertà. La schiavitù nel cinema.

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In occasione dell'uscita di 12 anni schiavo, vogliamo ricordare i (pochi) film che ci hanno raccontato uno dei più grandi delitti dell'umanità.

Grido di libertà. La schiavitù nel cinema.

Schiene insanguinate e incise da colpi di frusta, catene, torture ed esecuzioni sommarie: è questa l'immagine brutale che vediamo quando pensiamo alla schiavitù. E ancora: combattimenti all'ultimo sangue per il piacere di ricchi e annoiati patrizi, schiene curve nei campi di cotone, governanti asservite e fedeli confidenti, concubine e oggetti di piacere, schiavi arsi vivi o linciati, impiccati dai lugubri individui incappucciati del Ku Klux Klan. Di questa immensa tragedia e della crudeltà verso persone strappate alla propria vita e mercificate, il cinema non ha parlato molto. L'uscita del pluricandidato all'Oscar 12 anni schiavo di Steve McQueen – film diretto da un inglese e considerato la più fedele descrizione mai fatta del punto di vista di uno schiavo - è l'occasione di ricordare insieme alcuni dei modi in cui Hollywood ha raccontato questa orribile piaga.

Considerato un capolavoro del cinema, Nascita di una nazione di D. W. Griffith è anche passato alla storia come film razzista, tanto che il regista, per difendersi dalle accuse, l'anno successivo girò Intolerance. Sicuramente Griffith non condivideva le brutalità sugli schiavi, ma il film ha sequenze a dir poco discutibili sul ruolo del Ku Klux Klan come tutore dell'ordine. Con l'eccezione di pochi ruoli importanti, quasi tutti gli interpreti neri del film sono bianchi truccati.

 

NASCITA DI UNA NAZIONE (D. W. Griffith, 1915)

 

Un testo fondamentale sull'argomento è il drammatico romanzo “La capanna dello zio Tom”, scritto dall'attivista e abolizionista di ispirazione cristiana Harriet Beecher-Stowe, la cui importanza nella causa fu riconosciuta dal presidente Lincoln in persona. Sembra infatti che incontrandola le abbia detto: “così è lei la piccola signora che ha scatenato questa grande guerra?”. Il primo adattamento cinematografico di questo libro tanto importante è del 1903, seguito da molti altri che non hanno lasciato traccia nella storia del cinema. E' famosissima invece la Mami di Via col vento, interpretata da Hattie McDaniel, schiava e fedele governante della capricciosa Southern Belle, Rossella O'Hara. Per questo ruolo McDaniel - che finì per specializzarsi in ruoli di cameriera - fu la prima attrice di colore a vincere l'Oscar, ma la comunità nera la criticò per aver perpetuato un'immagine servile,  stereotipata e deleteria alla causa dell'emancipazione, con il suo atteggiamento e il buffo modo di parlare, da molti preso a pretesto per sfottò razzisti.

 

VIA COL VENTO (Victor Fleming, 1939)

 

Se a lungo il cinema tace sull'argomento, negli anni Settanta a riportarlo in auge è la televisione con la popolare miniserie Radici, dall'omonimo best-seller di Alex Haley, in cui lo scrittore racconta la storia della sua famiglia materna, partendo da Kunta Kinte, catturato in Gambia nel 1767 e venduto come schiavo. Il cinema non raccoglie l'invito all'impegno e tratta il tema in un film che apre la strada al puro exploitation, ed è spesso accusato – anche al di là dei suoi effettivi demeriti - di aver dato il via a una serie di film incentrati su torride storie di sesso tra schiave e padroni, traditi a loro volta dalle mogli con nerboruti e dotati “selvaggi”. In Mandingo di Richard Fleischer e nel sequel Drum l'ultimo mandingo del 1976, lo schiavo allenato dal padrone alla boxe a mani nude e concupito dalla padrona è l'ex campione del mondo dei pesi massimi Ken Norton, recentemente scomparso.

 

MANDINGO (Richard Fleischer, 1975)

 

In Glory – Uomini di gloria, nel 1989, un regista da sempre interessato alla storia meno conosciuta, Edward Zwick, racconta l'apporto della prima compagnia volontaria di soldati di colore nella Guerra Civile americana. Per questo film, nel 1990, Denzel Washington vince il primo Oscar. E' una storia che sottolinea il fondamentale contributo dato dai soldati afroamericani nella lotta contro la schiavitù, per quella che è ormai la loro patria.

Nel 1997 tocca a Steven Spielberg affrontare l'argomento con Amistad, sull'ammutinamento degli schiavi a bordo di una nave negriera. Il film è efficace soprattutto nella parte che descrive le disumane condizioni della vita degli uomini incatenati a bordo, mentre quando si addentra nel courtroom drama perde parte della sua potenza. Il gigantesco Djimon Hounsou, originario del Benin ed ex modello di Thierry Mugler, visto ne Il gladiatore, è uno dei protagonisti nel ruolo dello schiavo che guida la rivolta, Cinque.

AMISTAD (Steven Spielberg, 1997)

 

Nel 1998 Jonathan Demme porta fedelmente sullo schermo Beloved, il complesso e affascinante romanzo premio Pulitzer della scrittrice Toni Morrison, un classico del realismo magico. La futura star dei talk show Oprah Winfrey è la protagonista nel ruolo di Sethe, una schiava fuggita da un padrone malvagio, che ha ucciso la figlia quando ha temuto di essere riportata indietro e ne incontra lo spettro vendicativo, sotto le spoglie di una ragazza. Un film ispirato a una storia vera, sul senso di colpa per le cose orribili che una condizione inumana come la schiavitù può costringere a fare.

 

BELOVED (Jonathan Demme, 1998)

 

Steven Spielberg è l'unico regista di grande nome che affronti ben due volte in un suo film un tema tanto doloroso e importante. Nell'epoca che vede quello che neanche tanti anni fa sarebbe stato impensabile, e cioè un presidente di colore alla Casa Bianca, era d'obbligo l'omaggio all'uomo che dedicò la sua vita a cancellare la tremenda vergogna della schiavitù in un paese lacerato al suo interno. Il film si concentra sull'approvazione del Tredicesimo Emendamento, ma nonostante i 7 Oscar ottenuti, si sono levate critiche da parte di storici e studiosi, che hanno sottolineato l'assoluta assenza -contrariamente alla realtà - di figure di colore attive, come se l'emancipazione fosse solo una concessione dei bianchi.

 

LINCOLN (Steven Spielberg, 2011)

 

Nel 2013 infine, Quentin Tarantino contamina da par suo temi e generi in Django Unchained, giudicato da Spike Lee un film “privo di rispetto”, uno spaghetti western ambientato nel Sud degli States prima della Guerra Civile. Come al solito il geniale regista non si fa problemi di sorta: il suo Django è un personaggio cinematografico e il suo non è solo un film di denuncia anche se, come l'ha acutamente definito Michael Moore, è "uno dei migliori film satirici di sempre. Un raro film americano sulla schiavitu e sulle origini della nostra perversa storia razzista”.

 

DJANGO UNCHAINED (Quentin Tarantino, 2013)

 

 



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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