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Good Bye Lenin visto oggi, a trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino

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Un viaggio nella Berlino del film di Wolfgang Becker, tra nostalgia e voglia di libertà.

Good Bye Lenin visto oggi, a trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino

In questi giorni si rievocano i trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. Per l’occasione Satine Film riporta nelle sale Good Bye, Lenin! di Wolfgang Becker, un film a suo modo epocale, uscito nel 2003, uno dei maggiori successi tedeschi con 80 milioni di dollari di incasso nel mondo, di cui la metà in patria, che ha saputo raccontare quella svolta epocale che cambiò il mondo, ma soprattutto anticipare la nostalgia per la DDR, la cosiddetta Ostalgie. Come spesso accade, il cinema riesce a sintetizzare un enorme macrofenomeno raccontando una piccola storia di persone comuni, la rivoluzione dei grandi condomini di Berlino Est avvicinandosi fino a entrare in una delle tante spartane finestre illuminate da una luce, prima fioca e poi più luminosa, appena dopo pochi giorni.

Allo stesso modo la storia si fa beffe dei suoi grandi e pomposi statisti, affidando i maggiori cambiamenti a semplici burocrati privi di volontà rivoluzionaria o particolare coraggio, ma trovatisi solo al loro solito posto, mentre intorno tutto cambiava. Persone come le guardie di confine del celeberrimo posto di confine Check Point Charlie, che divideva le due Germanie proprio al centro di Berlino, le quali la sera del 9 novembre 1989, poco dopo le 19, videro avvicinarsi decine e poi centinaia di persone che reclamavano di varcare il confine. Nessuna scelta coraggiosa, ma solo la conferma nella realtà della goffa sclerosi di un regime instupidito dal suo scollamento con la realtà. Pochi minuti prima, un altro piccolo burocrate, il ministro della propaganda della DDR, Günter Schabowski, era apparso in televisione per comunicare la notizia che, con il cambio di governo di poche settimane prima, dovuto anche alle pressioni di piazza, ci sarebbe stata la possibilità per i cittadini dell’est di viaggiare all’ovest, grazie a un apposito permesso.

Appena rientrato dalle vacanze, non aveva partecipato alle riunioni in cui si era discussa la questione. Alle 18.53 della sera del 9 novembre, il corrispondente dell’ANSA da Berlino Est, Riccardo Ehrman, chiese quando sarebbero entrate in vigore queste regole che permettevano di viaggiare oltrecortina. Schabowski cercò disperatamente la risposta fra le sue carte, sempre più agitato, non trovandola. Allora rispose: “a quando ne so io, subito, da ora”. La tragedia di un regime liberticida si concluse in farsa, con le scene di invasione pacifica, il muro scavalcato e tutte le commoventi e gioiose manifestazioni che tutti abbiamo visto o letto, vissute in prima persona o successivamente, in base all’età. 

Vedere oggi il film di Becker è un ottimo esercizio della memoria, a distanza di trent’anni da quella notte e dalla successiva riunificazione tedesca, e sedici anni dalla prima volta in cui lo vedemmo, in occasione della presentazione al Festival di Berlino. Un film che lanciò la carriera del suo giovane protagonista, Daniel BruehlMolta forza è sprigionata dal suo soggetto semplice e geniale, che racconta di Alex, un giovane berlinese dell’est che ricostruisce il mondo prima della caduta del muro intorno al letto della madre convalescente, entrata in coma poche settimane prima della del novembre 1989 e risvegliatasi otto mesi dopo.

Inizia il film e ci colpiscono subito le immagini dei filmini di famiglia, che raccontano gli anni sessanta e settanta di un paese che appare a colori, in tutti i sensi, non in bianco e nero come in occidente e nel nostro immaginario è sempre stata immaginata la grigia Repubblica Democratica Tedesca. Le note della colonna sonora di Yann Tiersen, una delle più memorabili del nuovo secolo al cinema, ci catturano subito. Siamo fra Alexander Platz e i casermoni edilizi di Karl-Marx-Allee, con le immagini onnipresenti di Lenin e dei leader della repubblica e la gloriosa corsa allo spazio dei ‘cosmonauti’ locali, veri idoli per l’Alex bambino, che cresce col sogno di seguirne le orme. Il padre medico fugge in occidente alla fine degli anni Settanta, e la madre supera una depressione iniziale aumentando il suo impegno di insegnante modello dedita al regime e ai suoi allievi, ormai “sposata alla causa socialista”.

Il 7 ottobre 1989 è una giornata di gloriosi festeggiamenti per il 40° anniversario della DDR, ma poi la sera scendono in piazza centinaia di persone in cerca di libertà, e proprio schiacciata fra un ricevimento istituzionale a cui è invitata e le scene in piazza che coinvolsero Alex, portano la madre a un malore e al coma. Poche settimane ed ecco la rivoluzione pacifica, la “compravendita di mattoni usati più lucrosa della storia”. Per il giovane arriva il primo giro ad ovest, il primo sexy shop, in una storia di formazione in un mondo nuovo che è contemporaneamente un requiem per le generazioni più adulte, se non anziane, con la fine di quello in cui avevano sempre creduto, e lo slancio vitale, la tempesta ormonale di una gioventù piena di energia, vogliosa di godersi la sconosciuta e tanto citata libertà, insieme con Ikea, la Coca Cola e Burger King. “Mia madre dormiva, e il capitalismo trionfava”.

Difficile immaginare l’inebriante sensazione di quella primavera del 1990, in cui Berlino sembrava, ad Alex come a tanti suoi concittadini nella realtà, il posto più bello del mondo, nonché il centro dell’universo. Il futuro era lì, si crearono gruppi di lavoro miste nelle aziende, nel tentativo della fusione umana a freddo dei lavoratori provenienti da est e da ovest. Una comunità che si sentì per la prima volta unita, come spesso accade, grazie allo sport e ai mondiali di calcio di Italia ’90.
Alex fa di tutto, con l’aiuto della sorella, per tornare indietro di pochi mesi che sembrano decenni, recuperando abiti ormai fuori moda o cibi quasi immangiabili ma fondamentali nella vita quotidiana della DDR. Come dice a un certo punto, “devo ammetterlo, ormai il gioco mi aveva preso la mano. La Repubblica Democratica che stavo creando per mia madre assomigliava sempre più a quella che avrei potuto desiderare io”

È la parte più divertente di un film che anche a distanza di tanti anni si conferma un piccolo gioiello di scrittura, sospeso fra ironia e commozione, gioia e rimpianto, riuscendo a trasmetterci un po’ di quel salto a occhi chiusi verso il futuro, inebriante e terrorizzante allo stesso tempo. Una soglia da superare con coraggio, come fa la madre quando per la prima volta approfitta di un colpo di sonno di Alex per uscire di casa, seguendo l’immagine (reale e felliniana) di una enorme statua di Lenin portata da un elicottero nel cielo di “un paese che in realtà non è mai esistito e che per me sarà sempre legato al ricordo di mia madre”.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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