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Gli occhi di una predicatrice: incontro con Jessica Chastain alla Festa del Cinema di Roma

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Si apre la 16° edizione della Festa del Cinema di Roma con Gli occhi di Tammy Faye, un biopic su una telepredicatrice molto nota, e discussa, nell’America degli anni ’70 e ’80. Un progetto voluto a tutti i costi dalla produttrice, e protagonista, Jessica Chastain, che così l’ha raccontato a Roma.

Gli occhi di una predicatrice: incontro con Jessica Chastain alla Festa del Cinema di Roma

L’Italia è un paese per speciale per Jessica Chastain, non solo per il marito italiano. L’avevamo lasciata poche settimane fa a Venezia, dove ha presentato la splendida miniserie Scene da un matrimonio. Ora la ritroviamo alla Festa del Cinema di Roma, come protagonista, produttrice e vera anima del film d’apertura, Gli occhi di Tammy Faye, diretto da Michael Showalter. Un periodo pieno di ruoli molto diversi fra loro, che l’hanno vista impegnata nel deserto del Marocco, in un action con Penelope Cruz, e nella provincia americana, nel sud patria d'elezione per i predicatori televisivi.

La storia, vera, è quella dell’ascesa, con tanto di caduta e (parziale) redenzione della telepredicatrice Tammy Faye Bakker. Negli anni Settanta e Ottanta, Tammy Faye e suo marito Jim Bakker, entrambi di umili origini, riuscirono a creare il più grande network televisivo religioso al mondo. Un impero vero e proprio, con venti milioni di spettatori al giorno, e perfino un parco a tema. Molto popolare, quindi, negli Stati Uniti per il suo messaggio di amore, accettazione e prosperità, Tammy Faye era una donna peculiare, con le sue ciglia finte, una stravagante voce da cantante e un desiderio di raggiungere persone di tutte le estrazioni sociali. Tuttavia, non passò molto tempo prima che irregolarità finanziarie, rivali truffaldini e scandali demolirono l'impero che i due avevano faticato a costruire. Uno scandalo esplose, coinvolgendo il marito, e creando uno scandalo di enormi proporzioni mediatiche.

Volevamo raccontare di Tammy Faye al di là della personalità raccontata dai media americani”, ha detto Jessica Chastain a Roma, incontrando la stampa. “Nella storia, le donne sono raccontare sempre con una lente particolare. Lei venne presa in giro in tutto il paese per i peccati del marito, essenzialmente. Sono cresciuta con questa coppia, la vedevo da bambina in televisione e sulle copertine delle riviste di gossip. Poi ho visto ne 2012 il documentario The Eyes of Tammy Faye di Fenton Bailey e Randy Barbato e sono rimasta sconvolta dai dettagli della sua storia. Volevo raccontarla separata dal marito, ero eccitata dalla possibilità di condividerla con tutti. Per farlo non ho voluto contattare Jim Bakker, che è ancora vivo. Ho letto il libro che ha scritto in prigione, quello che volevo sapere era lì. Mi interessava il punto di vista di Tammy, in passato sempre ripresa tra le braccia del marito, guardarla per la donna che era, al di là del marito”.

Un personaggio spesso preso di mira, vittima di satira e sberleffi, per il suo essere così estrema, quello di Tammy Faye. “Credo che sentisse qualcosa di più grande dentro di sé, che fosse sinceramente molto religiosa”, ha dichiarato la Chastain. “Non posso dire altro o giudicarla, chi sono io per farlo? Aveva un bisogno ossessivo di trasmettere anche agli altri l’amore che provava per Dio. Era cresciuta in un ambiente pentecostale, molo rigido, in cui era perfino vietato truccarsi. Interpretando la sua vita, penso non voleva che nessuno provasse a solitudine e la tristezza provata da lei, cercava di diffondere l’incarnazione dell'amore che per lei era la fede. Amo soprattutto la sua apertura, la sua risata che sembrava quasi pianto. Era di una sensibilità assoluta, una persona senza confini, che aveva il dono di connettersi con empatia con le persone. Come attrice una figura così esagerata la ami, ma la odi anche, perché è difficile esporsi così vulnerabili. La tentazione a fine giornata era di nasconderti in camera con un gelato al cioccolato, da sola”.

Una donna dalle idee decisamente più progressiste dei suoi tempi, e del suo contesto sociale e culturale. Anche se, come ha aggiunto la sua interprete, “non la riterrei una femminista, era più infantile, naïf, nella sua ricerca del modo migliore per servire Dio. Il suo aspetto esteriore, il trucco pesante, il suo cantare praticamente urlando, mi hanno aiutato a capirla invece nell’intimo, nel suo interiore più profondo. È la prima volta, tra l’altro, che canto in un film. Abbiamo usato anche una canzone della figlia, che ho sentito presto, in fase di ideazione, insieme al fratello. Spesso Hollywood racconta la religione prendendola in giro, volevo fargli capire che non volevamo raccontare la madre nella maniera cinica in cui l’avevano fatto i media in passato.”

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