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Gli 80 anni di Jean-Paul Belmondo, il volto irregolare della Nouvelle Vague

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Compie oggi, 9 aprile, 80 anni Jean-Paul Belmondo, attore francese d'origini italiane che per decenni è stato il simbolo maschile del cinema transalpino assieme al rivale di sempre, il bell'Alain.


Per decenni la corona di Re del cinema francese è stata contesa tra due rivali. 
Da un lato c’era Alain Delon, il bello maledetto, l’ombroso dalla faccia d’angelo e dallo sguardo affilato.
E dall’altra lui, Bébel, volto irregolare dal fascino e dal carisma innegabili, spirito guascone e cuore tenero.
Il volto perfetto della Nouvelle Vague.

Dopo il diploma al Conservatorio Nazionale d’Arte Drammatica e le prime esperienze sui palcoscenici, Jean-Paul Belmondo approccia il cinema verso la fine degli anni Cinquanta, e dopo essere stato notato da Claude Chabrol che lo vuole per A doppia mandata e da Vittorio de Sica che lo chiama ne La ciociara, è Jean-Luc Godard a regalargli il ruolo che ne decreta il successo e che ne forma l’immagine e il carattere pubblici.
L’anno è il 1960, il film è ovviamente Fino all’ultimo respiro, capolavoro in cui Bébel è Michel Poiccard, ladro e truffatore in fuga dalla polizia che lo ricerca per omicidio e che, pur ostentando arie da duro e da esistenzialista, finisce ucciso per via del tradimento della donna di cui è innamorato, la splendida Jean Seberg.



È proprio con Godard, probabilmente, che Belmondo dà il meglio si sé sul grande schermo: dopo quello straordinario esordio, il regista lo vorrà anche nel successivo La donna è donna e soprattutto in Pierrot le fou, facendogli in entrambi i titoli fare coppia con Anna Karina.
Le collaborazioni con Godard non impediscono comunque a Belmondo di lavorare spesso e volentieri con altri nomi di punta del cinema francese: su tutti Jean-Pierre Melville, con cui gira Leon Morin, prete, Lo spione e Lo sciacallo.
Sono questi i film che, con Asfalto che scotta di Claude Sautet, contribuiscono non solo alla crescita della popolarità dell’attore ma che donano anche sfumature differenti all’immagine dell’attore, più da duro vecchio stile ma senza dimenticare l’ironia e la sfacciataggine.
Nel 1964, oramai divo acclamato internazionalmente, Belmondo gira L’uomo di Rio: diretto da Philippe de Broca, con cui l’attore aveva già realizzato Cartouche, è il film che segna una svolta commerciale nella sua carriera, e che spinge sull’acceleratore della sbruffoneria guascona e irrestitibile.


Da quel momento in avanti Belmondo alterna senza soluzione di continuità cinema d’autore e cinema commerciale: da un lato lavorando con Louis Malle (Il ladro di Parigi), Francois Tuffaut (La mia droga si chiama Julie), Claude Chabrol (Trappola per un lupo); dall’altro girando film come L’uomo di Hong Kong, Un avventuriero a Tahiti, Borsalino, Il clan dei marsigliesi.
E dagli anni Settanta in avanti, si specializza in ruoli polizieschi, che continuerà ad interpretare, con toni via via più crepuscolari, per tutti gli anni Ottanta: gli anni di Joss il professionista, Professione: poliziotto, Tenero e violento.

La sua ultima apparizione sul grande schermo è nel film del 2008 Un homme et son chien di Francis Huster, sorta di remake transalpino di Umberto D., dal teatro (cui era tornato negli anni Ottanta) è lontano dal 1999, anche per via di un’ischemia che lo colse nel 2001.
Ma nel privato Bébel è rimasto sempre attivo, sposandosi per la seconda volta nel 2002 con la compagna Natty Tardivel e avendo l’anno dopo la sua quarta figlia, Stella. Da Natty si separa però nel 2008, quando si fidanza con la giovanissima modella Barbara Gandolfi, relazione terminata appena lo scorso anno.
Due anni fa, al Festival di Cannes, gli è stata conferita la Palma d’oro alla Carriera: una carriera che però non è ancora terminata. Jean-Paul Belmondo tornerà al cinema e lo farà con Claude Lelouche, che lo ha annunciato come protagonista di una commedia intitolata Les bandits manchots.
Niente male, per un ottantenne.

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