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Galantuomini - la recensione dal Festival di Roma

Ancora cinema italiano in concorso a Roma: Edoardo Winspeare torna (o rimane…) in Salento per raccontare una storia di criminalità, d’amore, d’innocenza perduta.

Galantuomini - la recensione dal Festival di Roma

Galantuomini - la recensione

Ancora una volta protagonista dei film di Edoardo Winspeare è il Salento. Questa volta però si tratta di una storia di criminalità e amore, che vede contrapporsi due amici d’infanzia, da sempre innamorati: lui è un sostituto procuratore che dopo anni trascorsi a Milano è tornato a casa, lei invece nel tempo è divenuta quella che i nostri giornali definirebbero “una figura di spicco” dell’emergente Sacra Corona Unita.

Winspeare racconta l’innocenza perduta di una generazione e della sua terra - “il Salento non è più un’isola felice”, dice un personaggio del film - , lo fa fotografando e raccontando persone e luoghi con (con)passione. Il racconto della vita criminale è secco ed efficace (anche se la sua efficacia è forse parzialmente inficiata dal giungere nell’era del post-Gomorra), e per buona parte del racconto sono piuttosto equilibrate le varie parti in cui il racconto è suddiviso. Peccato quindi che Winspeare ceda progressivamente alla tentazione sbilanciarsi dalla parte del rapporto “sentimentale” tra i due protagonisti: in questo modo Galantuomini incappa in una serie di piccoli e grandi passi falsi, che vanno da alcune situazioni poco credibili (il sostituto procuratore di Gifuni che si occupa di un caso che vede coinvolta la sua amica, una brava Donatella Finocchiaro) ad un finale dove si cede alla soluzione più facile e retorica nel rapporto tra i due con lungaggini e insistenze davvero non necessarie.

Nel declinare la classica tematica del conflitto tra dovere e sentimento, della mediazione (im)possibile tra aspirazioni ideali e limiti reali, Winspeare appare incerto e ambiguo nell’indicare le possibili soluzioni, risultando forse un po’ opportunisticamente cerchiobottista.
Non che Galantuomini sia un brutto film, ma di certo il finale non rende giustizia al relativo rigore della parte iniziale e soprattutto conferma ancora di più l’impressione di un film che non è in grado di comunicare con sufficiente chiarezza quale sia il suo vero interesse narrativo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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