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Gabriele Mainetti, aspettando Freaks Out tra Monicelli, Leone e Spielberg, in nome dell'autoironia

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In un incontro alla Festa di Roma, il regista di Lo chiamavano Jeeg Robot, Gabriele Mainetti, ci ha raccontato la sua visione del cinema e ha mostrato tre clip degli autori che giudica imprescindibili.

Gabriele Mainetti, aspettando Freaks Out tra Monicelli, Leone e Spielberg, in nome dell'autoironia

Nell' "Incontro ravvicinato" alla Festa di Roma, il regista Gabriele Mainetti è riuscito a mostrare in modo incredibilmente completo la sua visione del mezzo e il suo spirito creativo: con una robusta dose di autoironia, l'autore di Lo chiamavano Jeeg Robot e dell'imminente Freaks Out ci ha guidato attraverso tre clip da lungometraggi di tre autori che l'hanno segnato e che giudica imprescindibili per la sua formazione. Tutto questo per capire non solo lui, ma anche parte in fondo di noi stessi: cinefilo e nerd, Mainetti è coetaneo di chi vi scrive, ed è facile condividere con lui almeno una parte delle emozioni.

Gabriele Mainetti, L'armata Brancaleone e Mario Monicelli

La prima clip scelta da Gabriele Mainetti è da L'armata Brancaleone (1966) di Mario Monicelli, l'immortale film con Vittorio Gassmann. Perché? E' facile che la genesi dei reietti in Freaks Out arrivi da quel DNA, ma le qualità di Monicelli che ammira sono la leggerezza alimentata da una grande cultura, e la costruzione di personaggi che cercano il mito anche quando falliscono, senza mai perdere la loro motivazione anche quando risultano improbabili agli altri o a se stessi. Apprezza un certo fatalismo di Monicelli, secondo il quale "la meraviglia accade di rado" e non bisogna di certo creare aspettandosi sempre di coglierla. Gabriele apprezza, ma ammette anche, altrove nell'incontro, di non saper produrre opere con la velocità del grande Mario. Sono trascorsi cinque anni da Lo chiamavano Jeeg Robot!

Gabriele Mainetti, Per un pugno di dollari e Sergio Leone

Per Sergio Leone, Mainetti sceglie la scena del discorso sul mulo in Per un pugno di dollari (1964), motivandola in modo preciso: per quanto il film fosse un rifacimento (non autorizzato e poi contestato) di La sfida del samurai di Kurosawa, per lui la ripresa della battuta sulle bare, alla fine della sequenza, profuma di una specifica romanità che sa proiettarsi a livello internazionale ma non dimentica se stessa: "Erano quattro le bare, non tre" si potrebbe perfettamente tradurre per Mainetti con "Me so' sbajato, erano quattro, non tre!" Si capisce che il "sentirsi a casa ma parlare a tutti quanti", le due essenze di Leone che coesistevano, affascinano profondamente Mainetti: se si fa gli "americani" nel proprio spazio mentale regionale, bisogna cercare una credibilità e una caratterizzazione vicine alla propria sensibilità. Essere in grado di navigare emotivamente ovunque è una grande qualità italiana che ammira nel cinema di Sergio Leone, oltre alla volontà di sfidarsi costantemente sino all'apice di C'era una volta in America. E' sulla stessa linea di Quentin Tarantino, che idolatra Leone? Certo, ma Gabriele inquadra una differenza tra Sergio e Quentin (che pure adora): "Tarantino quando crea guarda al cinema stesso, Leone guarda a... qualcos'altro". Una visione personale del mondo e dell'immagine.

Gabriele Mainetti, E. T. L'extaterrestre e Steven Spielberg

La terza bussola di Gabriele Mainetti è Steven Spielberg, per il quale sceglie il finale di E. T. - L'extraterrestre (1982). "Forse è stato il mio primo film visto al cinema?" (chiede conferma al papà in sala). Col nostro pieno appoggio, traccia un paragone tra l'addìo a E.T. e l'addìo a Bing Bong in Inside Out della Pixar (curiosamente, abbiamo pensato al paragone per la prima volta proprio durante la clip, prima che tirasse in ballo il film animato!), ricordandoci pure che Spielberg decise di fare figli e "crescere" proprio dopo l'esperienza di E. T. Perché la lezione di un grande come Spielberg non è solo nelle sue uniche capacità di messa in scena, nella magia con cui coniuga formalismo e contenuto, ma anche nella sua costante necessaria e trasparente empatìa con quello che racconta, su un piano umano profondo. Un piano che tuttavia per Gabriele, in un contesto italiano, andrebbe corretto con l'autoironia per risultare credibile nella nostra cultura e nelle nostre creazioni.
E' il progressivo abbandono dello storyboard nella produzione spielberghiana negli ultimi anni che spinge Mainetti a delineare una delle più grandi emozioni del suo lavoro: "La bellezza di questo mestiere è sorprendersi sul momento, la mente umana non può prevedere ogni cosa, il cinema è un viaggio collettivo [coi collaboratori e con gli attori]". E' c'è amore sincero per il mestiere nelle parole di Gabriele Mainetti, con una spiccata tendenza pragmatica. C'era pregiudizio intorno a Lo chiamavano Jeeg Robot, perché era strano fare cinema di genere in Italia? "Meglio, se parti col pregiudizio negativo, è più facile che fai bella figura. Se uno s'aspetta il capolavoro, poi magari vede e ti fa: oh certo, ammazza che bella cagata che hai fatto!"

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