Fuocoammare e il Cinema Oltre di Gianfranco Rosi

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Fuocoammare e il Cinema Oltre di Gianfranco Rosi

Ormai ci siamo: manca pochissimo a domenica e alla cerimonia di premiazione degli Oscar 2017, quando il nostro cuore di appassionati di cinema batterà più o meno forte per i nostri film, registi e attori preferiti. Ma stavolta c'è un motivo in più per palpitare, nonostante le previsioni non ottimistiche dei bookmaker. Perché in competizione, tra i documentari, c'è anche Fuocoammare di Gianfranco Rosi, che - come già abbiamo scritto - deve vedersela con rivali molto validi e con argomenti che forse stanno più a cuore ai giurati dell'Academy, almeno a quelli americani. Però non è detta l'ultima parola, perché in fondo, col neopresidente Donald Trump che tra le proteste generali innalza muri e chiude le porte all'immigrazione, quello che accade quasi quotidianamente a Lampedusa è un argomento che può toccare i cuori di molti, così come ha conquistato ad esempio quello di Meryl Streep e di tutti i giurati nei festival internazionali che l'hanno apprezzato e premiato.

In più c'è il fatto che Gianfranco Rosi, sia che parli della Roma non vista che vive dalle parti del Raccordo Anulare in Sacro Gra, dell'America depauperata e white trash di Below Sea Level, o del dramma che avviene a contatto con la semplice vita degli abitanti in un'isoletta del Mediterraneo in Fuocoammare, non si limita mai a fotografare la realtà, ma ne travalica la rappresentazione con una forza e una poetica che pochi registi hanno. Tra i suoi lungometraggi documentari, che vi consigliamo di riscoprire per l'occasione, non potremo mai dimenticare la potenza quasi insostenibile di El Sicario, Room 264, dove un killer a servizio del narcotraffico messicano, racconta in una lunga confessione, all'interno di una stanza d'albergo in cui ha ucciso, gli orrori perpetrati e vissuti, in un film che ricorda come forza emotiva Shoah, perché, senza mostrare alcuna immagine ma solo con la voce e i gesti dei testimoni ci porta all'interno dell'inferno come nessun film di fiction sarà mai in grado di fare.

Anche l'operazione che Rosi ha fatto su Fuocoammare è a modo suo geniale: ci sono le immagini degli arrivi, dei salvataggi, degli sbarchi, e anche di chi non ce l'ha fatta, ma non sono le uniche protagoniste. C'è anche la testimonianza umana, e proprio perché tale eccezionale in un mondo cinico e assuefatto alle carneficine anonime, del dottor Pietro Bartolo, un medico che va oltre quello che è il suo dovere di professionista, vede la sofferenza di chi si trova di fronte e cerca di ridar loro dignità, anche al di là dell'annichilente annullamento della morte. L'incapacità di abituarsi all'orrore che lo mette esattamente agli antipodi, in un'ideale esemplificazione del Bene e del Male, al sicario di Room 264. E c'è la vita di un ragazzino che nell'isola cresce e dovrà probabilmente affrontare, da adulto, le ansie che già adesso avverte, amplificate da un mondo piccolo e travolto da un'emergenza che sembra inarrestabile. E c'è il luogo dove si consuma la tragedia, a cui il resto del mondo assiste con apparente indifferenza. Una vittoria agli Oscar di Fuocoammare sarebbe anche un riconoscimento al talento di uno dei nostri registi più sensibili e intelligenti, capace di dimostrare che la forma del documentario, al netto delle ormai superate pretese di obiettività, può raggiungere irisultati che siamo in genere abituati ad associare al cinema nato dalla fantasia di un autore.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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