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Frozen, l'importanza della saga per i Walt Disney Animation Studios

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Frozen ha segnato una generazione di spettatrici, ma ha anche fatto rialzare la testa a uno studio con 90 anni di tradizione. Nel frattempo, Frozen 2 è arrivato nei cinema italiani.

Frozen, l'importanza della saga per i Walt Disney Animation Studios

Quando un "film di principesse Disney" come Frozen - Il regno di ghiaccio (2013) arrivò nelle nostre sale, era ancora lecito stupirsi per un incasso italiano al primo weekend di 2.300.000 euro. Con Frozen 2 - Il segreto di Arendelle appena giunto in sala, già foriero di 392 milioni di dollari al boxoffice mondiale in cinque giorni, fa quasi sorridere. Il successo delle avventure di Elsa e Anna fu di fatto il culmine di un processo di rinnovamento dei Walt Disney Animation Studios, mandato avanti da Ed Catmull e John Lasseter, presidente e direttore creativo fino a poco tempo fa.

Alla fine del 2013, chiunque vi avrebbe detto che lo studio di animazione fondato da Walt Disney in persona nel lontanissimo 1928 era ormai gregario, negli incassi e nell'immaginario collettivo, dell'acquisita Pixar, faro di autorialità e punto di riferimento delle emozioni del pubblico verso i racconti animati contemporanei in CGI. Dal 2006, le varie circostanze che portarono Lasseter e Catmull a occupare presso gli studi Disney lo stesso ruolo che ricoprivano alla Pixar, cominciò a sterzare l'effettiva gregarietà rappresentata da un'opera incerta come Chicken Little (2005) verso un entusiasmante recupero d'orgoglio.


Quali erano le radici di Frozen? Il film che rileggeva la fiaba Disney in chiave moderna non arrivava dal nulla. Tra il 2006 e il 2013 lo sguardo alla contemporaneità aveva cominciato a sposarsi con un recupero orgoglioso dell'identità artistica dell'azienda, e della sua ideologia più profonda: trasmissione di positività e sorriso. La differenza era che ora si guardava alle metafore intelligenti della Pixar, cercando di applicarle all'etica e all'ispirazione dei Walt Disney Animation Studios. Nacque così la riflessione sulla famiglia, incredibilmente matura, del sottovalutatissimo I Robinson - Una famiglia spaziale (2007) di Stephen Anderson, già lontano dalla buffoneria fine a se stessa della concorrenza. Fu un flop al botteghino (immeritato!), ma poco dopo si fece sentire Bolt (2008) di Byron Howard & Chris Williams, che rimane il modo migliore di spiegare a un bambino la differenza tra finzione e realtà, argomento quanto mai fondamentale oggi: il tutto rispettando il mondo degli animali parlanti tanto caro alla Disney e ai suoi fan. Nel 2012 sarebbe poi arrivato quel Ralph Spaccatutto di Rich Moore, forse il più "pixariano" dei mondi Disney, comunque in grado di riflettere sugli archetipi fiabeschi di bene e male, immergendoli nell'ossessione, anche quella tanto attuale, della nostalgia.

Le "fiabe con principesse Disney" si stavano nel frattempo già aggiornando, prima con l'esperimento 2D di La principessa e il ranocchio (2009) di Musker & Clements, poi con Rapunzel (2010) di Nathan Greno & Byron Howard, entrambi musical vecchio stile. La prima principessa nera della storia Disney era inclusiva, lottava per contare giungendo al cinema in piena era Obama, a New Orleans provava a conciliare l'amore con la necessità di affermarsi professionalmente, con un "principe" ranocchio già gregario (ma affettuoso e indispensabile). Rapunzel invece fu l'ultimo tassello prima di Frozen: 50° lungometraggio animato del canone Disney, proponeva una fiaba in apperenza più classica, con un taglio da commedia sentimentale, dove però il "principe" era un ladro strafottente. Soprattutto, Rapunzel fu il film che alzò definitivamente l'asticella dei Walt Disney Animation Studios al livello tecnico Pixar, uno scarto che Lasseter e Catmull sapevano di dover coprire. I suoi inaspettati 590 milioni di dollari d'incasso mondiale furono una spia di quello che sarebbe potuto accadere. Il pubblico non riteneva affatto le principesse disneyane superate, anzi le voleva ancora, ma al passo coi tempi del cinema e della società attuale, per tecnica e contenuti.


Da tutto questo nascono le grandi idee di Frozen. C'è lo sdoppiamento della protagonista classica della fiaba, per costruire nel dialogo tra gli opposti un modello di donna contemporanea, che garantisca un'immedesimazione meno anacronistica. C'è la consapevolezza della propria tradizione sorridente (Olaf) ma anche della complessità dei sentimenti nella nostra era, dove si può finalmente decidere di amare, e lo sposo non dev'essere quello imposto dalle circostanze... o peggio dalle fiabe, che per continuare - parafrasando il Gattopardo - devono cambiare affinché nulla cambi. Affinché una canzone come "Let It Go / All'alba sorgerò" diventi un inno come lo fu "Vola e va'" di Le avventure di Peter Pan: negli anni Cinquanta tutto sembrava più semplice, ora bisogna alzare un po' di più la voce per volare. Ma guai a smettere.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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